Wednesday 4 march 2009 3 04 /03 /Mar /2009 15:30

di GIORGIO BARBERI SQUAROTTI

La poesia di Ninnj Di Stefano Busà si è fatta sempre più alta, sollevandosi dalla liricità al sublime della solenne sentenza, dalla ricerca del significato dell'esistenza alla riflessione più profonda e lucida, distaccata e sofferta delle vicende e delle esperienze attraversate, che sono riprese, (ri)narrate, (ri)esposte per spiegarne appieno il valore e la perdita, le sconfitte e le tensioni, l'esemplarità e l'inquietudine.
Il titolo di questa pregevole raccolta è subito indicativo: NELLA ROSA DEI VENTI. La luce è quella della parola poetica: senza di essa tutto sarebbe confusione, incomprensibile caos, impossibilità a trovare valore e verità negli accadimenti così contorti, ambigui, contraddittori per il tempo umano che attraversiamo.
La parola, allora, è sempre faticosa, dolorosa, ardua da tirar fuori dal magma della vita per portarla appunto alla luce del mondo, e il testo che apre il libro si conclude proprio in quella che è una dichiarazione di poetica e una confessione di accettazione di pene, tenerezze, grazie e affanni.
"Poeta, grido di sciacallo, pelle d'angelo,/ fiore pesto, t'inventasti la vita/ dall'impasto verbale, fosti tu l'infinito/ della grazia di Dio che tocca il mondo".Ecco, il programma poetico dell'autrice è di una totalità estrema: tutto ciò che al mondo può essere sperimentato con l'anima e con i sensi, perché la parola è allora l'infinito strumento che può rivelarlo, raccontarlo, spiegarlo, al tempo stesso alacremente variandone le visioni, le sperienze, le capacità, gli stati d'animo del poeta, di mostrarne l'antica sua eco e la nuova scoperta.
La costruzione dei testi si avvale di costanti analogie dai testo in testo, per giungere a manifestarsi poi con ricchissime varianti, affermazioni, metafore, visioni, sentenze, similitudini, usi e interpretazioni della parola che non mancano di stupire. Il punto di partenza è la constatazione di una forma o di un aspetto, di un'emozione, di una suggestione che la natura, la stagione trasmettono al suo repertorio. Un luogo anche minimo che la vita ci  propone, e da lì, a poco a poco il discorso si sviluppa, quanto è stato visto o sentito si rivela come un messaggio, un emblema, perché il mondo non è quello che appare realistico e naturale, quando lo affronta il poeta, lo sente ingannevole e denso di incognite, e non è ingenua e sentimentale la poesia, ma scava nell'interiorità dell'essere la sostanza fruibile della sua bellezza e del suo canto.
La Poesia quando c'è va al di là degli oggetti e delle apparenze, è costituita da Exsempla che sollecitano immediatamente ad essere identificati. La natura si rivela allora come una sequenza affollata di segni, di tracce e Ninnj Di Stefano Busà li scopre pressocché sempre quali rivelazioni di malessere. Il raffronto fra le presenze naturali delle scoperte è il riconoscimento della condizione umana di pena, il male di vivere montaliano. Penso a IL Cielo sempre più lontano. Non è tempo di zolla intenerita/ che si piega a benedire il panr di domani;/ non è tenace il cuore ad inseguire / il volo d'aironi o il lucore delle stelle".

Sono i dati di un giorno di vita, che sembrano descrizioni, considerazioni metereologiche; e invece per la potenza e la forza del pensiero e della parola, si rivelano subito come visione di dolore, di trafitture, metafore che l'anima coglie in piena consapevolezza di sè, e ne esce profondamente turbata dalla sua condizione di analogia col mare. La metafora della conchiglia, la sua forma perfetta e mirabile non sono la realtà in sé conclusa, ma emblemi dell'eterno dolore del mondo. Continua la rappresentazione: " Forse un segno ci salva o un grido/ che scompagini l'universo e si fa sangue." Svanire è la ventura delle venture, ma è quello che all'uomo non è concesso, ottenere una spiegazione è quello che fa la differenza, perché: "tutto è circoscritto da anonimi gravami, /a tentar luce dalla trasmigrazione/ a rutardare almeno un po' la ruga". La ruga è l'incrinarsi dell'essere, della vita, il trasfigurarsi nell'altro cielo, quello pacificato e rasserenato è l'aspirazione frequente nel discorso poetico dell'autrice, ma a fronte ha sempre la consapevolezza del dolore e della fatica di vivere. Dice nell'INDISTINTO: "Dunque è qui l'indistinto, /è fatto per accelerare i silenzi/ o naufragare nelle mani vuote, nelle malinconie di foce che non sbocca, / di ec che non torna, eppure veglia / il sonno delle cose, si fa miracolo d'erba,/residuo il rinverdirsi lieve a nettare di giorni". C'è l'aspirazione a un labile conforto, a un'apertura di luce, pure se il verdetto è " E ogni volo dell'anima è stupore/ di cose benedette, o storia che dilata il suo dolore,/ unghiata nella carne viva, che cerca luce/ tra le foglie, qualche libecciata alle radici secche." L'allegoria è particolarmente grandiosa e rivelativa: il nostro corpo è l'abito minimo, perché a stento copre l'anima che aspira all'altezza dello spirito partecipe del divino, e l'ascensione alla trasfigurazione celeste è difficile, precaria, contraddittoria, mai ampiamente conclusa, perché il mondo offre troppo pochi modelli di pienezza, di perfezione per il conforto del cuore.
Per emblemi il discorso di Ninnj Di Stefano Busà giunge all'esemplarità dei concetti. Intorno c'è il turbinare delle apparenze, delle forme e delle vicende della natura, delle esperienze umane, e di fronte ecco le sentenze, le verità, le aspirazioni e il dolore.
IMBIANCA LA MIA ANIMA UN PALLORE è uno dei testi, a mio avviso, più significativi di tutta la raccolta.
Non è, (si badi bene) un giudizio e una considerazione sulla propria vicenda di vita e di pensiero, ma la suprema spiegazione della condizione di tutti gli uomini, fra pena che trascina l'anima nella violenza confusa delle situazioni e volo verso il cielo (come l'anima semplicetta di cui parla Dante), tensione irresistibile, eppure sempre così difficile, faticosa, delusa, ferita.
Si espongono i versi: "Vivo nel non tempo, / limbo di trasmutazione, /spirale d'anni a stringere indizi, /mutazioni d'oro falso/ spese ad imparare il respiro della spiga, / o dello stelo incantato a gemme di silenzio. Rispondo come posso a questa vita/.../ Sul corpo segni di ferite , / sul volto la cipria aurorale di giunchiglia, / come Euridice mi volgo indietro, / mentre mi sbarazzo delle ali".
La costruzione poetica di Ninnj Di Stefano Busà è costantemente dichiarativa, per poi svolgersi fino alla sequenza degli emblemi, delle metafore che tendono ad accogliere da un testo all'altro e da una raccolta all'altra gli aspetti e le forme dell'esperienza esistenziale, che si mantengono sempre a livelli molto alti, con toni sacrali, ma anche dolorosi fino a concludersi in una compresenza di immagini che anelano alla profondità dell'anima.
Il discorso non è mai dettato dalla vicenda personale del poeta, ma si esplicita come significato universale, per i tempi e i luoghi che sono al tempo stesso di contraddizione, di crisi, di assenza di valori e privi quasi del tutto del sacro e del sublime.
Cito per l'occasione altro testo esemplare: IL ROSSO DEL RUBINO, che inizia da un concetto generale, per piegare quasi subito dopo all'evocazione emblematica e naturalistica dell'inverno come analogia con l'umano, con l'inverno che preannuncia il germoglio della rinascita (splendida l'immagine della stella alpina fiore del gelo e delle Alpi), evoca la melograna come luce del rosso della vita. "Il nostro andare è tutto conchiuso/ in una relativa conquista, una piccola distesa / verde che fa la differenza tra il dare e l'avere./ Qualcuno vi respira l'aria rarefatta /dell'inverno, il mistero di un brivido/ appena percepito che lascia prevedere/ il suo germoglio, la sua stella alpina/al vertice del suo camminamento./ Lontano si accende il rosso del rubino/ perché il rischio del morire/ non coincida col dolore. / La vita si arrota intorno intorno alla pochezza/ del suo tragico specchio, tu lascia che si compia il cupio suo dissolvi/ e detti le linee di confine quell'attimo giocoso, / il più propizio per non dimenticare".
Questa raccolta poetica è, allora, una suprema variazione su questi temi, modi e lezioni; e alla fermezza dei messaggi perfettamente si commisura con la costanza e l'abbondantssima scrittura del pensiero e delle riproposte, come uno spartito di concetti e di immagini mai riposto. La poesia di quest'autrice è un florilegio che si avvale di un ritmo particolarmente efficace, fascinoso: ed è anche una lezione alta di poesia per le variazioni che adotta nell'endecasillabo che, a seconda dell'esigenza del discorso, a volte si prolunga o si contrae, altre si armonizza e si allinea in un'atmosfera di grandissime aperture che fanno  molto riflettere. Un componimento dedicato a Silvio offre una sigla meravigliosa: "Ora, vedi ci sconfigge il nulla,/ un briciolo di pietà forse ci eternerà./ Poi l'alba ripeterà canti nuovi, (il verso riprende i canti nuovi della Bibbia). E' il segno decisivo che stabilisce la verità della poesia indefettibile, straordinaria e potente di quest'autrice che, lo andiamo ripetendo già da un po', è giunta ormai a segnali altissimi di poesia.

                                                                                                            Giorgio Bàrberi Squarotti

Di Di Stefano Busà - Pubblicato in : pezzi critici
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