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10 marzo 2014 1 10 /03 /marzo /2014 13:03

IL FRAMMENTARISMO LIRICO DI LEONARDO SINISGALLI

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Leonardo Sinisgalli (Montemurro 1908 - Roma 1981) poeta e ingegnere, lavorò per la grande industria del suo tempo (Pirelli, Olivetti); fu fondatore e direttore fino al 1958 della rivista: Civiltà delle macchine.

Il suo lirismo di riferimento fu l’ermetismo, allora in auge, che adottava una sorta di formula-letteraria oscura e chiusa, quasi volutamente criptica, diffusasi in Italia a partire dal 1911, quale rappresentazione di una tipologia lirica di difficile interpretazione, della quale gli ermetici enfatizzarono caricandola di grandi significati, una categoria lirica di grande ricerca introspettiva, che introduceva un lirismo misterioso, oscuro con significati nascosti, contrassegnato da un sovraccarico linguistico ostico e incomprensibile, dal cui impatto riemergevano atmosfere, espressioni, connessioni di modificazioni testuali di un linguaggio inquieto e smarrito, insieme ad una eco immaginifica molto elaborata e chiusa in sé. Tra i più importanti si segnalarono: Montale, Ungaretti, Quasimodo e molti altri grandi interpreti, fino ai ns. giorni (compreso il contemporaneo Luzi).

Sinisgalli in giovane età fu personalità molto dinamica, divenendo con l’avanzare degli anni e gli acciacchi della vecchiaia, un altro da sé stesso: uomo intimorito e insicuro, avvilito dai suoi malanni e dalle sue limitazioni fisiche, che lo condizionarono a tal punto da indurlo ad un frammentarismo lirico che quasi lo ha obbligato ad adottare schegge di pensiero, rivelandolo ad una parcellizzazione che ne mostrò marcatamente i frantumi di un discorso lirico disorganico, in alternativa e in sostituzione ad un linguaggio ben più articolato e completo, dal punto di vista letterario, quale era stato edotto e formulato negli anni più giovanili.

Per sua stessa ammissione, fu sorpreso, in maniera devastante, dall'insorgenza delle sue condizioni fisiche, che gli minarono la salute in modo irreversibile. La sua operosità subì un arresto riguardo la deambulazione a causa di una condizione cronica di artrosi e non essendo più in grado di deambulare, era solito starsene a guardare nel vuoto con grandissima disperazione e rimpianto negli occhi e nell’anima.

La nostalgia del passato, la perdita della moglie furono le cause scatenanti, le più designate a fare di lui un poeta ripiegato in se stesso, un piccolo relittuale arto-fantasma di cui le limitazioni motorie avevano innescato sempre di più la visione della morte, del compimento, del declino rovinoso: un tuffo nel passato e nei ricordi non lo salvarono purtroppo da un’inquietudine di fondo che lo salvasse da una visione pessimistica della vita, un mal di vivre intensamente soffocato dall’inagibilità di pensiero, dal tormento e dalla solitudine che lo attanagliarono negli ultimi anni, riducendo le sue frastagliate capacità mentali.

Lo stato d’animo si faceva ogni giorno più deluso confinandolo alle pareti domestiche, senza più l’opportunità di sognare, non soltanto di deambulare, muoversi, passeggiare liberamente.

La vita a volte ci riserva incoerenze e limiti, ci mette davanti situazioni paradossali a cui è difficile sfuggire. Ci si sente in trappola: deve essere stata questa la sensazione di “limite” imposto alla sua mente, una sorta di arresto che lo portò direttamente al senso della fine imminente.

Quasi improvvisamente infatti lo aveva raggiunto una vecchiaia precoce che, soprattutto dopo la morte della moglie, e il declino delle sue aspettative di vita, gli fece apparire la realtà circostante molto lontana dai desideri di felicità: luoghi e tempi gli apparvero molto decomposti e appannati, affievoliti da un annebbiamento delle idee...quasi come se gli oggetti, i soggetti, le cose piccole o grandi, gli fossero divenuti sfumati, estranei, eterei, quasi irreali, dentro un alone nel quale non riuscì più a cogliere emozioni, suggestioni, che emanavano improvvise, e che egli non riusciva, se non in minima parte, a controllare, impossibilitato com’era a connetterle, a comporle nella loro determinatezza e componibilità unitaria.

Fu molto versato anche all’indirizzo teorico-sperimentale le cui opere di maggior successo riferite al periodo più giovanile furono: Quaderno di geometria (1936) a Furore mathematicus (1950), Calcoli e Fandonie (1970).

Dopo la morte della moglie Giorgia, avvenuta nel 1978, il poeta subì una violenta accelerazione del suo malessere, la dipartita della compagna della sua vita sembrò peggiorare la situazione organica e intellettuale del poeta, che ulteriormente avvertì lo schianto e il lutto con l’aggravarsi repentino delle sue condizioni  di salute;  venne preso dallo scoramento, prostrato da una fortissima e ostinata solitudine e da una forma di artrosi accompagnata da pessima circolazione, per le quali gli fu impossibile ogni movimento autonomo: se ne stava come in attesa della morte fisica, una sorta di atarassia lo aveva aggredito: se ne stava molta parte della giornate a controllare il vuoto da cui potesse giungere la signora in nero con la falce in mano: “Ora io non guardo che un punto bianco/ su una lavagna scancellata” scriveva, dando la sensazione profonda di tutta la sua desolazione,

A quel punto la poesia per lui è off-limit, disgiunta dalla realtà quotidiana gli divenne quasi astratta, avvertendone ancora di più il disagio e la grave perdita della connessione intellettiva, che non va più di par passo col pensiero, non risulta più allineata all’equilibrio logico e al sillogismo di un linguaggio ben articolato e completo anche simmetricamente, oltre che linguisticamente.

Ora, in età avanzata gli divenne sempre più irrisolta, quasi irrangiungibile e più lontana la coniugazione alle facoltà mentali, la coordinazione si fece sempre meno vivace e più precaria.

Il verso non riusciva a fluire in maniera adeguata, gli appariva sempre più slegato e discontinuo dai fatti reali, dalle circostanze, dai tumulti del cuore e non emetteva più quella luce che in poesia viene a determinarsi, come segno di vita, di energia, di luce: si trattava per sua stessa ammissione di registrazioni mentali viziate, flash estemporanei che non emettono suoni, episodi esauriti, residui di un frammentarismo già ridotto all’osso, legato solo dalla presenza di un pensiero malfermo, che mal si adatta ormai a farsi segno di un’attività ispirativa, risultando sempre più disgiunta, discordante, senza connessione logica, come piccoli pianeti vaganti intorno ad una entropia che non conserva i tratti principali  di un’armonia cosmica, tante piccole, liquefatte visioni microscopiche e riassuntive di un suggestionamento quasi d’induzione, senza alcuna visione di luce, vagolanti nella semioscurità del proprio vagheggiamento senile.

Negli ultimi tempi della sua vita, Sinisgalli non fu più in grado di scrivere: la sua ispirazione era andata perduta, viziata.

Si trattava, come affermava il poeta, di lacerti legati soltanto da un concetto virtuale di poetica. Fu dominato dal senso della finitudine mortale con incapacità di intravederne anche i motivi nostalgici ed evocativi. Il poeta non ne era più ispirato, si mostrava incerto, gli si confondevano le immagini nella mente: pertanto affermò: “La vena s’è ridotta a un filo,/ il solleone la strozzerà. / Bevo le ultime gocce / ancora sapide di neve. / Ce ne vuole per riempire / la cavità delle mani”.

Incrocia il pensiero della morte quasi come un’ossessione; una forza resa sterile è fortemente versata al pessimismo più cupo prende sempre più forma e significato.

Intravede come luogo di rasserenamento il piccolo cimitero di paese, quel senso di pace, si può trovare solo tra i cipressi e il silenzio, accanto ai propri cari che lo hanno preceduto, il solo conforto per Sinisgalli lo trova in quel senso di atarassia che viene dalla stanchezza senile, dalla mortificazione fisica, dagli acciacchi e dalla rassegnazione.

Scrisse: “Il campo delle allodole/ è a fianco del cimitero/ in una distesa di stoppie/ senza alberi. Si vedono in aria/ ruotare forsennate/ e col becco sdrucire veli di luce. / Poi ruzzolano per contendersi/ un chicco di grano”. L’idea del cimitero non gli apparve ostile, anzi fomentò in lui la distensione e il più sereno approdo, ne intravide una nicchia in cui potersi rifugiare in solitudine eterna.

Lì fu sepolta la madre. Di lei scrisse “è ricordata da una scritta sbiadita /su una lapide. / Trentatre anni / sono trascorsi da quando la composero / sul letto. Per la valle passavano soldati in fuga”. I morti sono sempre vicini al suo quotidiano, lo attrassero, furono gli interpreti principali delle sue giornate tenebrose. “Mangio, bevo, leggo, scrivo/ in comunione con i morti. / Anche la latrina/ ha una piccola finestra/ che inquadra le croci sulla collina. Dalle figure retoriche, e dal senso diffuso della morte, gli oggetti sembrano prendere i caratteri dei motivi montaliani.

Montale fu rigido osservatore della realtà, in cui seppe leggere il male di vivere di ben nota memoria. I correlativi oggettivi del Nobel riflettono il mal de vivre più “universale”.

Invece Sinisgalli legò il “suo individuale “mal di vivre” al suo status e ne intuì drasticamente il disagio derivante dalla “fine” della vita, e quindi delle illusioni, dei desideri, di tutto ciò che vi è di più bello in essa.

In Sinisgalli la morte fu considerata l’opposto della vita, la sua negazione, secondo il suo pensiero: l’esistenza consegna a piene mani sofferenza, che la morte cancella in una sola volta con l’annullamento dell’uomo. Inoltre nel mondo non vi è una sola morte, un solo morto, né due, né dieci: vi è un solo destino per tutti; la morte appartiene alla vita di cui l’inizio e la fine coincidono.

Si tratta di una spiaggia a cui si deve approdare, nostro malgrado, un veleno che bisogna trangugiare anche se riluttanti. È la legge naturale del mondo, il più grande tormento, che riguarda, appunto, tutte le creature viventi, che hanno una personalità, un nome, qualcosa da mostrare come segno del loro passaggio su questa terra.

Ecco, allora che morire è come perdere la propria identità, cioè la propria individualità come persona. Succede come quando si stacca il nome dall’oggetto: da una targa, da una cornice, da una lapide. Con la perdita del nome stesso, andrebbe persa apparentemente ogni memoria, perciò viene rimessa sulla lapide a futura memoria, che altrimenti il tempo e l’incuria cancellerebbero..

La morte sinisgalliana ha inizio con la vecchiaia e si presenta come perdita in sé, del proprio “io” più profondo, che è già una forma di morte in vita, perché è come uno sbiadirsi, uno scomparire dalla visuale umana.

Sinisgalli scrisse: “I nomi si sono scollati / dalle cose. Vedo oggetti / e persone, non ricordo / più i nomi. A piccoli / passi il mondo / si allontana da noi, / gli amici scendono / nel dimenticatoio”. Non vi può essere indifferenza, poiché, trattandosi della perdita di esseri viventi, c’è partecipazione dolorosa al lutto. La morte è uno strappo inesorabile, una lacerazione cui si cerca di resistere fino in fondo, senza riuscirci mai.

La fontanella si sforza di conservare la sua vena d’acqua.. questi versi ne sono una prova: “Bevo le ultime gocce / ancora sapide di neve. / Ce ne vuol per riempire / la cavità.”
Quei lacerti che escono, quasi in un processo di automatismo induttivo, compongono le ultime liriche di Sinisgalli, quasi come se originassero da ebbrezza o alienazione, da una scomposizione mentale che neutralizza le cose e li sfuma, li cancella.

Forse solo l’abitudine alla poesia li salva dall’ossidazione, dall’annientamento.

Le liriche si faranno sempre più brevi, ridotte, a volte, a soli due o tre versi, da sembrare flash, annotazioni semplici, quasi monche di un concetto, non più componimenti musicali, armonici, composti con oculata visione lirica, ma solo lacerti, schegge vaganti di pensieri smarriti, senza soluzione di continuità, molto elusivi e

talvolta anche evasivi, dispersivi e comunque discontinui, come sequenze sconnesse, un pò diafanizzate, inframmezzate e in parte confuse. Una sola via c’è perché si possa morire meno disperati e con l’illusione di non scomparire del tutto soli e abbandonati.

La soluzione sta nel è ricongiungersi con le persone che ci furono care in vita, una chiave di lettura quasi foscoliana, (...essere ricordati da quelli che restano era nel concetto del grande Foscolo come un rinnovarsi alla vita, quasi un “non” morire, o quanto meno un ritardare la fine).

Anche Sinisgalli ci indica una strada per essere ricordati, solo così la fine dell’uomo apparirà un “destino” più soft, più stemperato dall’alienazione disperante, dalla solitudine.

“Qui verrò a morire – aveva promesso a sé stesso – tra i ruscelli / le vigne le pietre / a forma di martello di cuore, / le pietre che chiamano “dinamiche”/ perché sono state limate / nei millenni”. E fu così. Mantenne la promessa che aveva fatto a se stesso e che aveva sempre desiderato.

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Published by VOLAPOESIA - in pezzi critici
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