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11 ottobre 2014 6 11 /10 /ottobre /2014 10:24

 

 

INTERVISTA  a Ninnj Di Stefano Busà

 

a cura di Santino Gattuso

 

Lei ha seguito la parola alta dei grandi maestri della poesia, il linguaggio novecentesco della grande produzione lirica. Cosa trova in essi che sia appartenuto alla tradizione attraverso le varie stratificazioni linguistiche? e se poesia di identificazione vi ha trovato, chi è stata più affine alla sua sigla personale?

 

Ho sempre avvertito il poeta come soggetto del mondo, in quanto microcosmo di un “unicuum” con ascendenze mito-storiche.

In quanto microcosmo, tende ad unirsi al macrocosmo, cioé all’unità di misura universale che abbracci la gamma completa dei singoli, le loro emozioni, le occasioni, le significazioni precursori di una valenza del pensiero tout-court. Il sentiero percorso non ha la minima importanza, l’essenziale è percorrerlo, andare oltre, fissare le parole come una narrazione che nel suo “iter” sublimi la coscienza, istruisca un dialogo tra sè e gli altri, si rapporti alle pulsioni profonde della vita come ad un “mantra”, Se poi sia espressione di un classicismo, di un neorealismo, di un orfismo o quant’altro non importa. Spritualmente mi trovo più affine a Montale,a cui spesso sono stata associata, senza averne merito. Montale è un mito, un nome prestigioso dell’Olimpo della Letteratura, il suo è uno stile che ha avuto diversi seguaci: moderno, asciutto, simbolicamente riconoscibile dall’indagine storica, direi inequivocabile e unico nel suo genere. Essere paragonata a lui può essere svantaggioso per me e imbarazzante, data la mia pochezza; è una grossa sfida, qualcosa di davvero incommensurabile, poichè vi è una levatura abissale tra me e lui.

 

Lei è considerata l’autrice-donna che meglio ha saputo porre l’accento su un linguaggio quale rappresentazione di una modernità, senza il presidio classicheggiante o non delle varie tendenze un po’ obsolete. La sua è una formula scrittoria fortemente versata al simbolismo, ritiene che esso sia la caratteristica peculiare e ineludibile dell’assetto poetico?

 

R. Se il far poesia deve necessariamente porsi in un contesto comparativo tra il vecchio e il nuovo modello, opterei per il moderno, ma l’ispirazione detta le regole, non è mai il poeta a decidere “a priori” su cosa voler essere. La realtà interiore e l’ispirazione  istruiscono un modulo lessicale che di volta in volta decide la poesia da seguire, il modello a cui tendere, semmai,  è la pulsione profonda di un <io> individuale a colpire l’esatto obiettivo 8oppure a mancarlo). L’ orientamento in cui muoversi è la perfetta conseguenza del proprio destino di poeta, che  può percepire la poesia come un organigramma, di cui  l’immersion lirica è la funzione vitale del suo stesso sentire . Mai, però, in tono precostituito  o prefigurato, nè tanto meno, alieno o estraneo alle tendenze individuali di un soggetto poetico che ne verifichi ogni intendimento. La poesia è mistero, sempre. È altro da se stessa, persino nella complessa vicenda del suo porsi in essere, non si può fare poesia, senza l’individualità assoluta della propria pulsione profonda, senza il segnale che, dell’occasionalità, sfiori poi quella “perfezione” di cui ogni poeta ha bisogno e a cui tende per sua stessa natura.

 

Come si colloca il poeta nel mondo moderno?

 

E’ uno come tanti, con quel quid in più nel poter dire o nel saper dire qualcosa di più alto e di diverso dal linguaggio comune, abituale. Il poeta usa le parole come lame, come bulini per il cesello: quel termine e non altro, quell’aggettivo e non un altro. Ogni poeta rappresenta la vita che pulsa, che si commuove, che lotta, che patisce. Quindi: il sarcasmo, la pietà, l’incanto, la suggestione, l’emozione, la rabbia, lo smarrimento, l’amore, la magìa, la solitudine, il dolore e, tutta la vasta gamma di ogni processo umano  è alla sua portata: può colpire i tasti giusti e realizzare  una melodia sublime (la poesia,) può non toccare mai la misura d’immenso, le infinite corde della Bellezza. Il transfert è anch’esso un mistero, una sorta di ecosistema di linguaggio criptato, dal quale il poeta deve saper decifrare i caratteri, formulando un processo linguistico. Qualsiasi “parola” convenzionale o non, perfetta o perfettibile è lì, a portata di mano, può essere usata da tutti, il poeta sa trasfigurarla, fin quasi a reinventarla col suo stile, può modularla o espanderla col suo imprinting, darle nuova vita o esauturarla con una sclerotizzazione che non ha ragion d’essere: in quel caso è meglio rivolga la sua attenzione ad altro, non alla poesia.

 

Per tornare alla critica, perché diversi suoi critici estimatori l’hanno avvicinata a Montale? Lei ritiene davvero di avere qualche affinità col grande poeta o è solo un modus di assemblare poeti della stessa matrice o filone biografici.

 

Non saprei dare una risposta al riguardo. La cosa mi ha sempre messo un certo imbarazzo. Non so individuare tra le nostre due realtà la “comunanza”.

In ogni modo, ora è certo, qualcosa di similare i miei critici devono avvertirla, se continuano ad associarmi al grande Maestro. Bontà loro, non posso che ringraziali. La critica è  stata per me l’espressione più sollecitante del mio iter letterario, il termometro col quale mi sono sempre confrontata, per misurare la temperatura lirica, una temperatura supportata da grandissimi critici quali quelli che io ho avuti merita il più grande rispetto. Mi sento onorata di essere stata avallata da Carlo Bo, Giovanni Raboni, Marco Forti, Attilio Bertolucci, Walter Mauro, Davide Rondoni, Alda Merini, Giorgio Bàrberi Squarotti, Emerico Giachery, Francesco d’Episcopo, Plinio Perilli, Antonio Spagnuolo, Giuliano Manacorda, Arnoldo M. Mondadori e altri.

 

In tempi di crudo disincanto, di incertezze, di violenze, di caos, come vede la Poesia?

 

La Poesia denota il suo referente nella ipotesi del suo <magnificat> qualcosa che potremmo chiamare introspezione che dà la priorità dei riferimenti architettonici del pensiero. Ogni poesia ne ha uno, ne interpreta il ruolo, la fantasia, la riflessione. L’opera d’arte riflette non solo l’idea dell’artista, ma il suo spasimo aurorale, la sua armonia di fondo, tra stile e creatività, tra presente e passato.

In questo intervallo, in questa frazione di celebrazione un po’ astratta si colloca la Poesia, quella che deve essere una celebrazione tra l’io privato e il mondo, tra la Bellezza e il valore dell’arte. C’è poi il responso critico della Storia, il futuro della pagina scritta, il suo cercare oltre le tenebre più fitte, la via della salvezza. la capacità di armonizzare tutte le avventure possibili del far Poesia.

 

Per Ninnj Di Stefano Busà la Poesia è nel mondo? è lo sguardo che l’attraversa e la nutre attraverso il dolore, oppure è l’accadimento momentaneo che determina la condizione del poeta?

 

 

L’una e l’altra ipotesi. È il luogo, il viaggio e la vita stessa con le esperienze di stupore, di meraviglie, di emozioni in un empito di trasformazione, di trasfert nell’<altrove>, di un concetto “altro” che lo descrive e lo rinnova. Per il poeta la Poesia è il distacco dalla realtà in un luogo a procedere della fantasia, in cui l’ultimo fiore a dischiudersi è il caos, e dunque, la connotazione più vicina al suo vissuto, all’esperienza del suo dolore, al fatto quotidiano che ne banalizza il reale apprendistato, tutto è poesia. Da qui, ha inizio tutta la sua avventura: dall’incontro delle ferite del mondo, con l’occasione e il desiderio di superamento.

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Published by Buongustaio - in Interviste
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