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5 ottobre 2011 3 05 /10 /ottobre /2011 09:50

POESIA, COME DIRE L'ALBERO DELLA VITA

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Parlare di Poesia può apparire pleonastico, un modo di tritare "aria fritta":

Ai distratti, orgogliosi, insufficienti che detengono il primato dell'inattivitè intellettuale è sempre apparsa una falsificazione della realtà: il loro pragmatismo è d'obbligo dinanzi al suo mistero.

Anzi vi appare addirittura inutile, vacua, un processo riconducibile all'astratto, un discorso fatto "coi piedi nel ghiaccio", una abulia di connotazioni e di parole che non hanno corrispettivi con la realtà, ora precoci, ora tardivi della propria interiorità, un dialogare con la luna, qualcosa di mezzo tra la follia e la saggezza.

A tutti sia chiara una cosa. se esiste, (come esiste), nel fondo di un pensiero e di un'anima non bene identificati, vuol dire che è lo spirito dell'uomo, il respiro della sua anima, l'ossigeno del mondo.

Noi ci accontentiamo di saperlo ALITO D'ETERNO, o come l'albero della vita che dà i suoi frutti migliori al mondo intellettuale, a quella parte del pensiero in ombra, riflettente e sacro, sì, perché la poesia è sacra: sviluppa l'intuizione e promuove le migliori energie per una crescita del mondo, per migliorarlo spiritualmente, arricchendolo di quelle energie positive che permanendo come materia inerte farebbero regredire l'uomo allo stadio di primate, se non intervenisse la "parola" a darle il soffio vitale, la vita.

Un presupposto azzardato è quello di identificarla col "nulla", assoggettarla alle mode effimere, al contagio abominevole dell'idigenza dei sentimenti e ancor peggio relegarla al ruolo di inutilità che le si vuole affibbiare a tutti i costi.

Niente è più sbagliato, anche il pensiero montaliano la intuisce come tale, per aggiungere subito dopo che è qualcosa di inutile di cui non si può fare a meno. Allora, niente vi può essere di peggio che l'abbandono o la stasi del pensiero e nella fattispecie l'abbandono delle immagini provenienti dalla consapevolezza del proprio "essere(ci)" senza storia, alieni dalla forza maieutica che puà inverare la vicenda umana.

La parola poetica pronunciata, tradotta e scritta oltre alla sua necessità può apparire ripetitiva, eccedente alla fisionomia comune del linguaggio, infrastrutturata da una logica tendenzialmente volta a esasperare il "poiein" ovvero, la facoltà dell'intelletto a creare, a fare.

Ma proviamo a riflettere...si starebbe davvero meglio senza la Poesia?

Essa come tutte le trascendenze ci giunge da molto lontano, non riusciamo a capire da dove, da Chi, ma si fa sentire, esulta o sta silenziosa, languente a volte in molti che vorrebbero esprimerla liberando fuori gli effetti venefici del vivere. Ma la poesia non reclama attenzione, non pretende ascolti, non predilige platee, essa giunge in sordina, nel fitto silenzio, spesso nel cuore della notte, il poeta la sente più vicina, la scrive, se ne nutre come di un dono eccelso. Perché bistrattarla, umiliarla, considerarla sottotono? Non è difettiva di valori, ma è semmai un valore aggiuntivo, è legata al suono della nostra armonia interiore, è nota alta di una tastiera che diventa orchestrazione connessa col mondo, con le sua scelleratezza o saggezza, con i suoi quotidiani dubbi, le speranze, le fitte dolorose, le assenze e le indigenze del cuore.

Dove respira la poesia non è desolazione, illumina tutto, oltre il buio perenne delle nostre risorse fisico-temporali, delle nostre ombre dei nostri singhiozzi.

E' lo spino nero che fiorisce lungo le dorsali della vita, in una vastità di terreni tutti infertili, dove passa la morte a fecondarli. Il mondo se non vi fosse la Poesia sarebbe più misero, più demotivato e ancora più solo e infelice.

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Published by VolaPoesia - in Articoli culturali
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