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7 ottobre 2014 2 07 /10 /ottobre /2014 10:27

a cura di Sandro Gros-Pietro

 

 

 Ancora riscontra molti apprezzamenti e va letto con molta attenzione questo stupendo libro della Di Stefano Busà, che non va certo nella direzione del pragmatico o della concretezza. Quella luce che tocca il mondo, uscito già da qualche anno, non cessa di suscitare interesse, per cui se ne parla ancora come novità. Un segnale forte per un titolo di poesia che diventa obsoleto appena uscito alle stampe, con la stessa velocità delle cose abbandonate o scontate...

Va chiarito che il titolo funziona in luogo di metafora della poesia, la quale sarebbe essa stessa parola capace di toccare il mondo e illuminarlo, come sembra abbia fatto Adamo su invito di Dio, nominando le cose mondane. Ma le cose non vanno così facilmente, come confessa in ouverture la poetessa: “Graffiti incandescenti d’un funghire/ stremato di memorie/ succhiano solitudini d’anime inesplose,/ moti leggeri, impercettibili/ di suoni, ombre che affondano/ in giorni d’ambrosia e silenzi,/ .../ in un tralucere remoto di fragranze”.

Non solo dunque il discorso poetico è lontano dalla concretezza, ma è anche esondante rispetto all’astrazione fino al punto di rendersi simbolico e agitare il ricordo di C. Baudelaire:

 

“Parole escono confuse da viventi pilastri/ che l’uomo attraversa tra foreste di simboli”, nei Fiori del Male. In realtà non è un tuffo indietro nell’Ottocento, ma si tratta, invece, di un’implicanza eliotiana come corollaria dei Quattro Quartetti, East Coker, all’insegna del motto: Nel mio inizio c’è la mia fine”. Dice la poetessa in Senza conforto di stelle: “Dilla ora e dimenticala.../la parola vera ti sfuma/ appena chiudi gli occhi,/ mentre l’undecifrabile/  ti segue e prova a librarsi/ all’immenso, senza rete di protezione”. Le coordinate di collocamento della poesia della Di Stefano Busà sono dunque queste appena accennate: espressione evoluta di metalinguaggio post-modernista, che di per sé è ancora una formula troppo vaga, ma ci pensa Emerico Giachery nella sua acclarante prefazione a circostanziare meglio forme contenuti e sviluppi dell’intreccio letterario: “Pensiero poetante, dunque? Poesia pensante, Preferibile parlare di concezione del mondo, non sistematica e tuttavia coerente; incarnata, come è proprio del dire poetico, in immagini, in ricorrenze tematiche armonicamente variate e in una felicità ritmica e metrica senza sbavature, commisurata al respiro del contemplare, del meditare e del rammemorare.” In questa festosa epifania di visioni poetiche che si irradia come la luce in tutte le direzioni possibili, c’è tuttavia una prevalenza di corrispondenze ovvero di echi ovvero di orientamenti simbolici ricorrenti con più frequenza. E’ il caso degli angeli rilkiani che popolano di opalescente luce il descrittivismo  connettivo dei poeti, “ il fiato dei pensieri, l’Orma di Dio”. Il senso complessivo che trasmette la poesia di Ninnj Di Stefano Busà è una percezione di valore incorruttibile e universale, fondata sulla dinamica dei più nobili sentimenti umani, elevati alla dimensione pura della luce, esattamente come avviene nelle opere di Chretien de Troyes.

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Published by Buongustaio - in pezzi critici
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