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11 luglio 2012 3 11 /07 /luglio /2012 10:41

 

“Salva col nome” di Antonella Anedda, Almanacco Mondadori, 2012

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

E’ un’arte rara quella di Antonella Anedda, di scomporre parole, denunciare fatti quotidiani, respirare gli ampi spazi della mente con l’euforia del cuore.

Gli oggetti da lei descritti sono definitivi, come le sue rispondenze verbali, come i segni felicemente risolti di una fattispecie mentale che non ha altri frammenti da esporre, che quelli nominativi e da lei nominati a sostegno delle sue elegiache definizioni d’intenti.

I suoi affondi sono lapidari, inusuali: “contro il tempo trovammo l’arte dello spazio/ la precisione che non permette alla mente di affondare”.

La precarietà delle cose è appena sfiorata, come un assillo che ferisce, sete d’aria che si espone all’ascolto dei suoni, dei ritmi, degli elementi che in questa poetica quasi danzano, nel comporre la disciplina del dire, e mutuano la scomposizione della gioia in confini di essenze pure, senza l’inconsistenza del vuoto, che pure c’é e si avverte, in sottofondo con l’amarezza di un confronto di stelle.

Quello dell’autrice è un vuoto che si nobilita dalla tendenza a tessere e cucire tutti i dettagli, a sommare tutte le offese, a suturare ferite di assenze tra le incongruenze del mondo.

E’ una poetica quella di Anedda che va decifrando e scavando dentro la matrice scrittoria il linguismo colto e polifonico di cui gode il suo dettato.

Salva col nome” dà l’idea di un senso di pudore panico, entro la ricerca, seppure balbettante, pudica di una spoliazione verbale che la contraddistingue da altri autori.

Vi sono molti riferimenti alla vita quotidiana, in quanto nascita e morte del tratto terreno, ma anche e,soprattutto, come ricerca o propensione a stabilire un filo conduttore con la coscienza dell’essere di shakesperiana memoria: to be or not to be?

Sullo sfondo la tragicità del malessere umano: l’incertezza, la vacuità, il senso di inadeguatezza, quel bisogno di voler essere ora, qui, in questo istante, tutto ciò che è umanamente possibile: la vita dentro la morte, segno fuori dal tempo, spazio non adibito a recuperare le cose, tutte le cose e salvarle dall’ineluttabile momento della fine.

E’ un verso che scolpisce per arguzia e nitore di fenomeni pertinenti all’anima, ma soprattutto, al pensiero che li determina e li trasferisce all’immortalità. Ce lo confessa lei stesa in pochi versi che la descrivono: “scuotere dalla tovaglia la paura insieme alle briciole del pane/” fare un orlo al dolore, posarlo sul mucchio dei panni da stirare/.../” parole apparentemente semplici, eppure con una carica dirompente di fatalità e di lutto, di vitalità, ma anche di dolore.

 

                                                      Ninnj Di Stefano Busà

 

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Published by Buongustaio - in Recensioni
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