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1 agosto 2013 4 01 /08 /agosto /2013 18:57

N. PARDINI SU: "LA TRAIETTORIA DEL VENTO" DI N.DI STEFANO BUSA'


Ninnj Di Stefano Busà

La traiettoria del vento

(Prefazione di Davide Rondoni)

Poesie

Collana

Le parole della Sibylla

diretta da Antonio Spagnuolo

Kairòs Edizioni. Napoli. Pp. 122

 

 

 

E’ col dolore che si guadagna la parola

 

 

Sento farsi muta ogni letizia,

scolorire l’erbaspada nel fossato.

È questa l’ora che accende l’anima

e assedia il colore delle strade,

ti segna l’ultima gioia, la più vera.

Rotolerà il seme sulla bruna terra,

come versi disciolti e abbandonati

trascorreranno gli astri ad uno ad uno.

Ancora non ho tempo di mostrare

il tralcio di dolore alla mia carne,

e sono carne e tralcio, odissea

di un andare controvento

 

Opera totale, questa ultima di Ninnj Di Stefano Busà, che abbraccia l’uomo in tutto il suo essere ed esserci. Nella sua perpetua pascaliana diatriba, dicotomica inquietudine di vivere da terreno con lo sguardo all’oltre. In questo suo stare sospeso fra inferno e paradiso, fra piaga e urlo, fra terra e azzurro, fra buio e luce, fra inverno e primavera, fra carne e spirito, fra vita e morte. E sta tutta là l’essenza della vera poesia. Nello scandalo delle contraddizioni. E’ da questo scandalo che trae la sua linfa vitale, il suo taedium. C’è la vita, qui; ma quella vissuta e immaginata; quella conquistata e quella sperata; quella sofferta e quella proiettata; insomma quella vita dove si alternano ombre, spiragli, dubbi, paure; ma anche campi di glicini al sole. Ed è da questo percorso che  la Nostra giunge a guadagnarsi la parola e a proiettarla oltre il tempo, oltre la sua misura, ed oltre la comprensione stessa.
        Sì, perché la poesia non è solo comprensione. Va ben oltre. Ed è con la parola - scansione di tappe della via crucis – che va al di là del suo essere parola. E’ tutta qui l’intenzione e la caparbia etico-intellettiva di Ninnj Di Stefano Busà, che, da una vita, marcata di una sensibilità sconcertante, affonda ogni  perché dentro, per ridarlo al foglio non come semplice messaggio, ma come verbo poetico. Proprio così. La differenza è enorme fra ciò che si scrive per comunicare e ciò che si scrive per trascinare anima e corpo oltre la siepe. Si può toccare l’ultra/umano. Ci si può inebriare di questa contemplazione. Ne possiamo essere risucchiati, azzerati, annullati. O forse realizzati in questo nostro proiettarci in azzardi. Sintonizzare il nostro esistere all’esistere dell’infinitezza che contiene l’umano, forse, è il cuore della Poesia:        

 

io cerco

la parabola del cuore, interrogo la compassione,

la meraviglia di un coro d’angeli

che scandisce muta la mia pena,

e quel tremore che in sé respira,

fin dai gorghi dell’ego e si placa

tra le braccia di madre, o nel sangue

che occulta la felicità della carne,

se esile fiammella si finge un cielo chiaro. (Pp. 14)

 

E c’è un chiarore che rimane a scandire quella pena, a darle un senso. C’è uno spiraglio di luce.  Non solo lo vediamo a squarciare le nubi che offuscano il cielo, ma lo sentiamo dentro noi; ed è lì che nasce e rimane. Rimane dopo il dolore, le perplessità, i dubbi di una storia fatta di pene. E’ dalla sofferenza che cresce. Dopo i travagli del vivere, dopo le croci del non detto, del non fatto, del non osato, del non compiuto; dopo quei patemi che ci esaltano e ci trasferiscono in un esilio che sa tanto d’immenso – e chissà che l’esilio non sia questa terra e che sia proprio la Poesia a riportare l’anima alla sua promessa alcova -:

 

Come uccello d’acqua svolerò

tra le rovine verso il sole,

sarò voglia o boccio di pulviscolo,

fiore che dalle rive del giorno

chiama amore e moltiplica in sé la sua follia

o il flusso venatorio del suo sangue. (Pp. 15)

 

Ecco dov’è la Poesia. Dov’è il suo senso. Dove si nasconde il suo mistero. Quel mistero che ci stimola, che ci fa essere plurali, che fa della vita un azzardo continuo verso l’affrancamento, verso l’invisibile; ci scuote, ci tormenta, ci fa provare quei brividi ineguagliabili se riusciamo a intaccarlo quel mistero, a creare un varco. Se riusciamo a innervarci del suo sangue e penetrare nella sua forma di totale musicalità che ci rende eterei. E volare come uccello d’acqua tra le rovine verso il sole, significa svincolarci dalle cose per portare quel barlume verso una luce totale in cui si completa.
         Si parte dai fatti terreni, da quelli veri, reali; è lì che la Nostra si mischia e si “intrufola”, per uscirne macchiata, per contenerne quella pochezza apparente, che già è trampolino di lancio verso la stratosfera del Poiein. Sì!, perché la Poesia siamo noi, col nostro esistere fatto di inquietudini e tormenti, ma anche di equinozi di primavere e di sogni. Per questo è utile l’inverno, per questo è utile la notte; perché è dopo il dolore che si affaccia il piacere, ed è dopo il buio che brilla uno spiraglio di luce.
            E c’è la coscienza del tempo in questi versi a scandire i ritmi vitali e mortali. A rendere il “Poema” più umano. E’ nella inconsistenza, nella fugacità del presente che l’uomo trova la sua dimensione temporale e lo stimolo alla fuga. Una manciata di rena che scivola via tra le dita con irrefrenabile velocità verso il nulla. La stessa memoria ne resta sconfitta. Troppo grande è il potere dell’oblio. E’ umanamente disumano. Allora si cerca di aggrapparci a quelle dune calde di spiagge ancora vive nella nostra anima. Dune di agavi fiorite, anche. Che riportano a galla nutrimenti indispensabili alla crescita del canto. Infoltiscono l’animo, lo saturano, e ci parlano con voce sommessa di un passato che torna vero, anche dilatato, che ha retto alle intemperie:

 

Mi accosto come posso

a questa notte che spinge in lontananza

tutte le risposte in sottovoce,

le trattiene solo un poco tra le mani. (Pp. 16).

 

Quelle risposte, trattenute anche un poco tra le mani,  possono dare la forza per cercarne altre; basta richiederle alla vita, per squarciare quel mistero che contiene proprio la Poesia:

 

Una vicenda necessaria è questo vivere

in forse, questa smania di resistere e lottare,

questa fuga monotona che ha perso

ogni suo smalto.

Le cose più vicine sembrano brevi accenti,

l’oracolo non segna il calendario,

inala nelle vene solo il suo morire

a silenzi intermittenti, che già scrivono

tasselli a rime stanche.

Il senso di ogni cosa lo serba la memoria. (Pp. 17).

 

Quella memoria che può essere alcova di riposo, sospensione di vicissitudine quotidiana, nirvana edenico, ma anche coscienza di precarietà del tutto a cui si può sopperire affidandoci agli orizzonti che svincolino dal caduco.
Direbbe il poeta: “Il tempo, il luogo, e la memoria fanno della vita un libro da leggere, rileggere e sognare; un libro che vale la pena portare con noi, in ogni caso ”.
          E’ talmente profondo il pozzo delle emotività della poetessa, che sente la necessità, sempre più impellente, di una rete verbale disposta ad amplificarsi per corrispondere a tanta urgenza interiore:  

 

 

E io non ho parole, ma solo qualche sillaba

di scorta, qualche nulla che è uguale

ad altro nulla e vince sempre

il buio dopo la luce, e tutto si conclude,

tutto tace, come un battito di ciglia

controsole, un gioco di parole

necessari alla storia di tutti, di ognuno. (Pp. 18).

 

La parola – è il caso di dirlo – è un suono/segno umano; l’anima è spirito che aleggia verso le mete del cielo, che tende a elevarsi; e la Nostrapercepisce questa disuguaglianza; da qui la sua ricerca verbale, la sua acribia tecnico-fonica, la sua premura di incastri etimo-allusivi, che la contraddistinguono nel diorama letterario attuale.  Che fanno della sua avventura artistica un punto di riferimento di rilievo.
          Lei sa che la Poesia è lì per essere catturata; e che è quell’insieme di corpo e di spirito disposto a salire, ad andare oltre. Trovare quella simbiotica fusione, ricorrendo ad immagini filtrate dal tempo, o a combinazioni di sapore panico che ci aggancino alle primavere, e ci svincolino dall’impasse degli inverni, vuol dire elevarci a quelle sonorità di cui gli innesti verbali sono l’anima. E’ allora che quel canto trova il verso di scorrere pregno di significanti che interagiscono con l’uomo e il suo esserci. E credere un po’ ai rigori degli inverni, o ai buiori delle notti può far bene, perché si possono apprezzare ancora di più gli slarghi primaverili delle mimose; le aperture infinite della luce:

 

Forse un po’aiuta questo credere

agli inverni…domani sarà equinozio

di primavera che ci porta lontano

dall’impasse, dai giorni stenti,

e dai volti che non tornano,

o spuntano alla rinfusa, senza nome. (Pp. 19).

 

E anche se il vento ha la sua traiettoria, e anche se niente può cambiare il dipanarsi degli eventi, la Nostra sa che la luce esiste; e che può illuminare il vento più tenace; che lo può riscaldare. E che lo può fare ai margini degli inverni, quando i nidi sono spogli, quando la notte sostiene le azzurre dimore, proprio perché è da là che riaffiora il giorno, come dall’inverno riaffiora una primavera che sa tanto di vita:

 

Ci vuole la notte...

per liberare fioriture di labbra,

scaldare sguardi e giorni capovolti,

sensi ossidati e trascorrenti.

A margini invernali, tra nidi spogli

e passeri svolati la notte rallenta la morte,

sostiene tra le pallide ombre

l’artificio degli occhi, le azzurre dimore,

senza più sogni Pp. 111).

 

E rinasceremo come glicini nel sole:

 

Non resta che un campo

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