Interviste

Monday 12 december 2011 1 12 /12 /Dic /2011 09:20

INTERVISTA di  Carmen Moscariello  a Ninnj Di Stefano Busà

 

D. cosa trovano nella Poesia i giovani di oggi? in un'epoca così martoriata e incurante della poesia, come e perché, secondo Lei si avvicinano al mondo un po' astratto come quello dei versi.?

 

R. proprio nella tipologia del dire, del dialogo o del suo allontanamento in termini concreti dalla cultura  sta la sua risposta. La gioventù di oggi, è vero, non è affatto aliena alla Poesia, come si potrebbe supporre. Proprio in una situazione che incombe drammaticamente sulle spalle della loro generazione, il fattore poesia ne rappresenta antropologicamente il transito difficile e spesso ingrato. I giovani forse, più degli adulti, sanno bene che vi è un divario tra il passato e il presente, e vi sarà un ulteriore scollamento anche nel futuro, perciò si avvicinano alla Poesia come a qualcosa che intimamente assolve e momentaneamente lenisce senza ulteriori afflizioni. La parola scritta è <Verbo>, ma è un linguaggio che sta nella prontezza della sua vocazione, della sua emotività, ne rappresenta i nuovi momenti, la nuova ironia, i simboli, le passioni, la fede nel futuro. Forse perciò la Poesia non li coglie impreparati, non ha bisogno di interloquire con altri, solo con se stessa. La poesia è il valore stesso del loro linguaggio che non si rivolge a nessun'altro, se non al rischio dell'emozione, dell'ispirazione. Perciò al momento attuale è un valore aggiunto: un simbolo che vuole transitare alla Storia.

 

D: cosa ritiene che il poeta di oggi debba fare per introdursi in un mondo astratto e tendenzioso e conflittuale e incoerente come quello dell'oggi.

 

R: il poeta è una via di mezzo tra il suo ego più permissivo e il suo riscatto dalla solitudine e dal dubbio. All'uno si rivolge perché è tendenzialmente portato a intravedere i contorni dell'io narcisistico e più egoista, all'altro proprio nella funzione di un riscatto liberatorio e lenitorio.

In entrambi i casi il poeta è condannato alla solitudine e alla full immersion nel mondo, proprio perché avvertito e reso  -testimonial-  di un diverso modo di interpretare la vita, il poeta ne assorbe le asperità e attraverso la poesia induce le sue potenzialità espressive a rigenerasi e ad ossigenarsi.

 

D: In che modo il poeta si colloca nel mondo di oggi?

 

R: è una domanda difficile. Credo che, come la musica ha bisogno di armonia, il poeta ha bisogno di versi per sintonizzarsi col mondo. La sua matrice è sempre spiccatamente subliminale, quando scrive o si fa interprete di un'aspettativa molto precoce quale è l'occasione di esser(ci), qui e dove lo stabilisce l'avventura del poiein, spesso il luogo o il modo non sono necessariamente avvertiti. Quello che il poeta avverte nel profondo è il suo <io>, il suo fine soggettivo, ineludibile  e sorprendentemente misterioso, un richiamo quasi all'altrove, infatti per il poeta la poesia non à mai nei paraggi è sempre oltre il recinto, oltre l'ostacolo, lontano da se stesso.

 

D. Lei è scrittrice bene affermata, conosciuta. In quale ruolo si ritrova a collegarsi, sono state le occasioni a  renderla interessante? oppure, ha determinato la sua pagina poetica una sorta di significazione interiore che l'ha spinta alla ricerca di sé?

 

R: Come soggetto del mondo che mi circonda, la Poesia ha rappresentato, fin da subito, la rappresentazione di un ordine dentro la realtà del caos. In giovane età, mi sono prefigurato un mondo forse migliore, vi ho creduto, ho cercato di rifletterlo nella bellezza e ricchezza di una prospettva che mi dava lenimento: immaginarsi il bello, a volte, è come possederlo, trascriverne vuol dire, assaporarlo, raggiungerlo anche attraverso la sofferenza e il distacco. Oggi, sono in uno stato di atarassia, ovvero la funzione della Bellezza in sè è andata scemando e nella poesia ritrovo i presupposti di una dimensione oggettiva che progetta la forma espressiva, senza più appropriarsene, come se la Poesia fosse compagna di vita, nicchia refrigerante di un piacere sempre nuovo, il ritrovamento di una misura d'ispirazione autoreferenziale, di coscienza e di vita.

 

 

 

 

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Saturday 10 december 2011 6 10 /12 /Dic /2011 10:45

di Tiziana Faoro

 

 

D: quale collocazione intellettuale dà alla Poesia la società di oggi?

 

R. la rappresntazione che in ogni epoca storica credo abbia dato, ovvero, indica uno spartiacque, tra l'affanno e la tregua, tra l'essere e il divenire, tra il bene e il male, tra il reale e il sogno. Certo nella società del postmoderno la Poesia si sente un po' fuori luogo, è una campana stonata, perché altre sono oggi le priorità: oggettive prioritarie: lo stravolgimento dell'economia mondiale con la conseguenza dell'impoverimento per metà del pianeta, la lotta per la sopravvivenza, per la vita in un mondo ormai sovraccarico di scorie venefiche, di individualismo, di libertarismo esasperrato, sentinelle di sventura, una società sull'orlo di una recessione mondiale, con interi Paesi allo sfascio, le rivoluzioni del nord Africa per la libertà dei popoli dalle dittature etc, parlare di Poesia può apparire blasfemìa. Eppure, è quasi certo che proprio quando le risorse umane vengono meno, ci si attacchi alle ragioni del cuore per resistere, e la poesia è la ragione prima, la sola in grado di garantirci un po' di tregua, in un panorama arroventato dal malessere. Antropologia docet. Ogni epoca martoriata ha avuto i suoi poeti, e proprio in funzione di essi si è ricreata quella continuità di legame tra il passato e il futuro, in un contesto che supera ogni diatriba, ogni sventura umana.

 

D: Lei, oggi, è tra le più interessanti e rappresentative figure del diorama lirico contemporaneo. La sua vocazione al magistero della poesia è datata. Bisogna indare molto indietro nel tempo per ricercare la sua vena artistica, supportata da decenni di esperienza, di laboratorio scrittorio, di tirocinio e di messa in opera? o è frutto di una innata e particolarissima predisposizione all'arte del linguaggio?

 

R. credo di averne avuto capacità d'intuizione in età scolare. Poi i fatti della vita, le situazioni possono ritardare l'aspirazione a scrivere. Io ho iniziato piuttosto presto (13 anni) ma non c'è un'età precisa per scrivere poesia, essa si manifesta quando vuole, s'instaura nel nostro essere, malgrado noi, è una cellula del nostro genoma, che può comparire in qualsiasi momento, in ogni luogo, e parla, e ci narra la sua necessità di culto, la sua verità letteraria, in un dialogico sistema di piani alterni: intendo dire che si può anche arrestare per un certo tempo, ma inevitabilmente, chi nasce poetà vedrà risorgere, (pure dopo un lungo silenzio o arresto) la sua vena in modo inaspettato.

La poesia è inspiegaile, ha dalla sua la carica del suo mistero imponderabile, la bellezza e la grazia di una tendenzialità a mettersi in gioco, perchè parla al cuore del mondo, ed è il pregio essenziale, il valore assoluto  della poesia. Parafrasando Dostoevskij si può dire che: "la poesia non salverà il mondo", ma: "il mondo dovrà salvare la Poesia" se vorrà sopravviverle e salvarsi dai falsi miti, dalle temperie mistificatorie del suo delirio.

 

D: a quale tipologia di simboli corrisponde la Sua poesia?

 

D: Non c'è alcun dubbio e di tipo antropologico-filosofico, magari un po' a sfondo orfico, perché vede nel ripetersi dell'avventura umana l'esigenza di legarsi al passato e al futuro, di essere il traino per le generazioni del domani di una sua storia personale che guarda oltre lo steccato del "piccolo orticello", per agganciare l'immenso che è in noi.

 

D: pensa che i giovani di oggi siano interessati alla Poesia?

 

R: come addetta ai lavori da vari decenni, (giurie, convegni, recitals, fiere letterarie) vi è un numero sorprendente di autori giovanili, (s'intenda trentenni o superggiù) che introducono un genere poetico minimalista, portato a una revisione totalizzante della pagina letteraria che istruisce un filone scarno, dissanguato. La new age è fatta di giovani con tendenze scrittorie scarnificate, senza orpelli. Ma è pur sempre una scrittura che viviseziona l'intelletto, lo interroga, lo stimola a dare di sè un quid che lo collochi nella Letteratura,  alla Storia di un popolo. Non dobbiamo sorvegliare il metodo, né pretendere che il modello culturale sia eguale a quello classico dei nostri padri. Ogni epoca ha i suoi cultori, bisogna sorvegliare le finalità, i suoi contenuti logici, il suo linguismo, le caratteristiche che ne originano e ne dominano il suo "iter". Il suo valore intrinseco, il confronto tra le epoche, i modelli, i significati lasciamoli al giudizio della Storia.

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Friday 9 december 2011 5 09 /12 /Dic /2011 09:54

di Fulvio Castellani a Ninnj Di Stefano Busà


La poesia: la seconda pelle di Ninnj Di Stefano Busà

La poesia muove il vivere stesso di Ninnj Di Stefano Busà, fa parte del suo io più recondito e solare, vive in lei come un elemento inscindibile, naturale. Questo emerge, del resto, dal complesso della sua ormai note vole e prestigiosa biblioteca di momenti lirici, di ritorni all'ieri, di tuffi nel presente, di letture che si proiettano dentro e oltrè, il finito e l'infinito.

E' stato evidenziato, a più riprese, come nelle sue opere (non soltanto di poesia) sia sempre presente un risoluto recupero memoriale, e questo come fonte di emozioni che si rinnovano e che diventano, o ridiventano, illuminanti scoperte. Per rendersi conto di un tanto, è sufficiente entrare nei perché che fuoriescono dalla silloge Adiacenze e lontananze, che, pubblicata nel giugno 2002, contiene un prezioso e simultaneo altalenarsi di situazioni, di atmosfere, di negazioni e di attese, di visualizzazioni, di assoli, di scavi psicologici e di spazi ampi che, forti di un'armonia creativa ormai consolidata, determinano l'essere e il divenire in un gioco quasi misterioso di suggestioni e di richiami.

Da ciò si ha modo di capire il perché Ninnj Di Stefano Busà (che ha visto tradotta la sua opera letteraria in diverse lingue e che già nel 1990 è stata insignita di un diploma di benemerenza per meriti letterari da parte della Società Argentina degli Scrittori) venga considerata una voce di primo piano nel contesto del diorama culturale dei nostri giorni. A lei, inoltre, sono stati dedicati saggi e studi monografici da parte di critici di indiscutibile serietà e autorevolezza, come Carlo Bo, Antonio Piromalli, Giuliano Manacorda, Aldo Capasso, Geno Pampaloni, Mario Sansone, Elio Filippo Accrocca...

"Dai capricci e dal sogno dei poeti – ha scritto Antonio Coppola nella monografia dedicata di recente a Ninnj Di Stefano Busà – noi possiamo aspettarci di tutto, ma mai che questo sogno rimanga solo in funzione teoretica o leziosa: sovrastruttura a sovranità territoriale". E proprio per entrare nel "cuore" del suo essere donna e poetessa non ho rinunciato all'idea di rivolgerle alcune domande, di obbligarla, come si suol dire, a mostrarsi con il volto suadente che fa parte della sua solida, e sempre efferve scente carta d'identità.

Cosa significa per lei scrivere, e in modo particolare scrivere poesia?

Spero non me ne voglia chi non è d'accordo con me, e non appaia retorico che allo scrivere io voglia dare lo stesso significato che respirare. Del resto, quando una cosa ci è congeniale non facciamo nessuna fatica a realizzarla. Per me, ma, suppongo anche per tutti quelli che nella scrittura credono come ad un atto incontro vertibile della loro identità, scrivere può significare amare, donarsi in quell'atto di solidale accezione quale è quello della poesia, identificandola come la più dolce delle passioni umane, perché è estremamente verosimile che chi tenta la scrittura poetica voglia identificarsi al sogno, alla vita come Ente di appartenenza, come episodio imprescindibile di una facoltà che ci pone al livello più alto del pensiero e, dunque, della storia, se per storia è intesa quella pagina culturale viva e indiscutibile che ci coniuga all'essere e al divenire, in progress, esulando assolutamente da noi e che però da noi prende l'avvio per divenire meno episodico il cammino dell'uomo, meno relativista e precario il destino dellinguaggio e della propria coscienza di umani. Identificarsi con la storia, capire il significato ultimo della vicenda umana, l'imponderabile mistero che l'avvolge, diventa allora una personale sintesi, un percorso che vuole realizzare se stesso dentro il fatto testamentario del proprio bisogno, non solo fisico, ma soprattutto spirituale. Questa, in breve, la mia opinione per chi, come me, crede e ha fede nel principio della vita e della facoltà del proprio pensiero illuminante.

Il suo dire, come ha felicemente scritto Fulvio Tomizza, sfocia. sempre "in visioni di spazi dilatati, amplificati fino allo stremo". C'è un modello che lei va seguendo o al quale si ispira per raggiungere un tale risultato?

Il caro Fulvio Tomizza che ebbe a cuore la mia poesia, mi diceva sempre che la mia scrittura poetica possiede gli spazi dilatati del tempo e della storia, perché non segue le mode, ma gli impulsi autentici della propria condizione ispirativa. Vi è, a suo dire, nei miei versi la condizione primaria della realtà e dell'esistente dentro un ampio respiro immaginifico che permea la materia vitalistica dei miei versi. Quanto egli ebbe a precisare per quanto attiene alla mia poetica è vero, suffragato poi da altri innumerevoli e autorevoli critici che ne hanno espresso giudizi similari. Quello che influenza la mia poetica non è mai un episodico atto di scrittura a sé stante, un fatto isolato dal contesto, ma una presa di coscienza, la consapevolezza che noi vivia mo al cospetto dell'Eterno, al quale dobbiamo gli atti più precipui della nostra identità che determina e attua i referenti.

Perché ha scritto che "il mio peccato è quello di voler trovare il sole | dopo fitta pioggia o l'uragano"? Cosa sottintende tale immagine?

Trovo che il mondo è privilegiato, malgrado tutto, e per luce in tendo la Felicità di un'apertura nell'aldilà, che non abbia trucchi o furberie, astuzie né malizie a deturpare l'ardore spirituale. Seppure talvolta siamo oscurati dagli uragani e travolti dalle nefandezze del quotidiano, vi è un punto che esalta la nostra crescita, ci fa probabili fruitori di un mondo migliore. Tutte le ipotesi si ricollegano al vertice di una ragione possente e onnipresente quale la Fede. Per tutti può sorgere un altro giorno. La mia è un'apertura alla speranza, vuole essere un'esortazione allo stupore nuovo di un'alba prima, cioé alla luce primordiale di un fantastico itinerario nella consapevolezza dell'esistente e di quanto tale luce interiore sia l'inesuaribile fiamma che ci illumina. Se si vuole percorrere fino in fondo il sentiero lungo e tortuoso di un destino difficile come quello umano, si deve intervenire sulle risorse dello spirito o di quella facoltà superiore di cui siamo dotati. Se parlo di "peccato", mi riferisco al modo piuttosto insano, troppe volte molesto e irriverente con il quale ci si rapporta al senso del divino. Ricercare la salvezza e ogni resurrezione possibile nell'immediatezza di un esistente martoriato e sconfitto è facile, ma non individuarla dentro il caos e non subordinare le nostre azioni al compimento del bene è quel "peccato" cui accenno, è quel corrotto modus vivendi che mi lascia perplessa. L'avventura umana si compie nei fondali melmosi, dentro un buio fitto e impenetrabile; lì il cammino si fa difficile, occorre la lanterna della sapienza e della saggezza per poter navi gare a vista, senza bussola né periscopio. Dove le acque sono in torbidite da nefandezze, il peccato resta infisso al peccatore, ovvero a chi non sa più risalire dal male verso quella Luce cui si accenna; ecco perchè "peccato", in senso biblico. Questa è la mia visione del processo di realizzazione dell'io nei confronti di un atto apparentemente irrazionale che è la scrittura. Se dal nulla cui siamo destinati riusciamo a carpire anche pochi attimi di luce da quell'avventura indicibile che è la vita, credo sia valsa la pena di viverla e di soffrire. Anche il dolore ha il suo atto catartico.

Lei ha una cura del tutto particolare nella scelta della parola al fine di creare un linguaggio fluido, coinvolgente, ricco di immagini, di suoni, di voci. E' una sua scelta oppure ciò le nasce in maniera spontanea?

La mia è stata sempre una poesia-ricerca, una poesia che ha saputo cogliere qualche consenso proprio in virtù di questo tentativo di scendere negli abissi più fondi per risalire mondati (idealmente, si fa per dire) alla luce di una purezza anch'essa rivisitata in chiave storica, ontologicamente storica, cioé libera dal peccato originale. Noi, per nostra stessa natura, non possiamo escluderci da esso, come non è possibile raggiungere la perfezione cui tendiamo. E' un fatto prevalentemente di origine: la nascita prevede e precede la morte, la vita innesca e partorisca il dolore, il lutto, l'assenza... tutti episodi su cui riflettere, scrivere, dissertare. La mia poesia risente molto di una condizio ne filosofico-storica che la racchiude. Non mi relaziono a nessuno in particolare, anche se Montale è il poeta a me più congeniale per quel suo memorabile "mal di vivere", che orienta e convive con la sua storia personale, che in definitiva. è quella stessa di tutti noi mortali. Ammetto che uno dei miei difetti è proprio la ricerca infinita della parola più vibratile, più incisiva e idonea a dare il massimo della potenza al verso, però non me la sono mai imposta, non la perseguo con accanimento, a tavolino, a freddo, perciocché la mia scrittura risulta impegnata nei due versanti: la versatilità e l'ispirazione. Predomina, qua si sempre, poi, un terzo elemento che va a intrufolarsi fra i due e ne determina il risultato; l'azione è volta a dare alla poesia la fluidità, da cui si determina la ricchezza formale, da cui scaturisce tutto il resto, che a suo dire istruisce e amplifica i significati, fino a dilatarli, come già osservava Tomizza. Voci, suoni e parole vanno poi a coincidere in un mosaico di rilevante coinvolgenza che io non preparo mai in anticipo, né tantomeno prevedo che accada. In ciò forse sta la mia spontaneità. Faccio poesia da quando avevo dodici anni, oggi le mie primavere sono tante ma mi approccio alla poesia con lo stesso stupore aurorale del primo giorno. E' questa la mia attitudine, non potrei fare diver samente: ne sono convinta.

Fra i tanti ed importanti critici che si sono occupati della sua poesia, chi è riuscito maggiormente ad entrare nel cuore del suo essere donna e poeta?

Fra i numerosissimi critici (nella maggior parte anche autorevolissimi) che sono stati miei lettori di poesia, non posso dire quale abbia penetrato più profondamente la mia anima. Ognuno di loro ha apportato nel mio palmarès il giudizio esegetico più avvertito. Ringrazio tutti, perché sempre la critica ha voluto privilegiarmi del criterio discernitivo più valido e preparato. Tutti mi hanno donato qualcosa, incoraggiata a tirare fuori il meglio di me. A ciascuno di essi vada il mio riconoscente pensiero.

Lei si dedica, a sua volta, anche, alla critica letteraria scrivendo saggi, prefazioni, recensioni. E' più facile essere poeti oppure leggere criticamente quanto scrivono gli altri?

Ho prefato innumerevoli libri (un centinaio, e forse più), mi sono interessata di recensioni,di saggistica, di critica letteraria con "pezzi" su Croce, Pavese, Michelstaedter, Pirandello, D'Annunzio, Raboni, Flaiano... per giungere anche ad autori esordienti, autentici nessuno che, se sanno scrivere poesia, per me contano moltissimo: ad essi rivolgo spesso la mia personale cura e attenzione, perché faccio questo lavoro con autentica preparazione, senza infingimenti o speculazioni di sorta. A tutti ho cercato di dare risposte e, ove possibile, incoraggiamento, senza svilire mai il prodotto poetico che deve restare lontano dal 'populismo da strapazzo', o dal 'pressapochismo'. A me scoprire un vero poeta dà una gioia immensa. Posso dire di aver scoperto numerosi poeti, di averli esortati a credere in se stessi. Per molti di loro ho intuito un futuro che si è puntualmente realizzato. In ogni caso per me il poeta è sacro e va rispettato nelle sue intenzioni senza stroncarlo sul nascere. Per quanto attiene al fatto di emettere giudizio su una buona poesia, mi riesce meglio che scrivere su poesia mediocre o scarsa. Credo sia che merito chiami merito, e la valorizzazione dell'oggetto poetico riesce a coinvolgere di più se la poesia è di alto livello. Ritengo sia dovuto al fatto che un poeta-critico possa penetrare meglio il territorio in cui si muove la poesia, e diffido un po' dai critici che non hanno mai scritto versi. Personalmente sono interessata ai diversi campi dell'attività letteraria. La mia è una ricerca di studio, un eser cizio interdisciplinare senza sosta. Mi occupo anche di Estetica. Ho pronto un lavoro di grande impegno sull"'Interpretazione antica e moderna del Bello", che abbraccia l'intera concezione teoretico-filosofica della Bellezza, dall'antichità fino ai nostri giorni. Credo fermamente nelle capacità di intendere il concetto degli al tri attraversando le innumeri ipotesi del mio percorso culturale. Non saprei escludere dalla mia vita la poesia. Così come la critica, la saggistica, tutte le discipline concorrono a dare completezza al quadro intellettuale della mia crescita, fanno parte del patrimonio linguistico e della mia preparazione. In altro modo non saprei come spiegarlo.

In quanto Presidente del Centro Iniziative Letterarie e componente o organizzatrice di varie giurie di premi in tutta Italia, ha avuto modo di conoscere diversi poeti contemporanei. Tra gli emergenti c'è qualcuno che ha veramente le carte in regola per guarda re lontano?

Devo ammettere che vengo a contatto con tanti poeti, leggo un variegato prodotto lirico e anzi, a tal proposito, vorrei dire la mia opinione sui meriti di tanti poeti emergenti. Vi è una tale affluenza nella poesia odierna da far intendere che la poesia non verrà mai soppiantata dall'informatica, come da più parti si ventila. Invece, a mio avviso, è la critica ad essere latitante; non si vuole fare a nessun costo un bilancio, una scelta dei nuovi nomi emergenti, che, per il processo storico cui accennavo all'inizio, devono di necessità andare a sostituire i tre nomi storicizzati : Montale, Ungaretti, Quasimodo. Sarebbe auspicabile il ricambio generazionale, ma questa pagina di letteratura deve essere ancora scritta, non se ne avvertono esigenze o tentativi d'attuazione a breve scadenza, non vi è nessuno che prenda in esame, in maniera congrua e corretta, l'imprescindibile e non più rinviabile riammodernamento epocale con uno studio dei fenomeni linguistici secondo la loro evoluzione temporale. Antologie e Storie delle Letterature non ne prendono in considerazione l'aspetto diacronico e dunque slittano sui fondamenti dell'equità del giudizio storico, senza valorizzare in nessun caso esordienti di spicco. Fuori dalle regole resta Luzi, che è l'unico a essere riconosciuto fra i poeti più rilevanti, non certo fra gli emergenti. Gli altri, tutti gli altri, restano "lettera morta" che un futuro estre mamente lontano valuterà.

Che importanza ha un editore nella diffusione del prodotto-libro e nella valorizzazione di un autore?

Si, tanta importanza soprattutto se trattasi di editore autorevole, i mostri sacri : Mondadori, Garzanti, Rizzoli certamente hanno importanza nella diffusione del prodotto-libro, specialmente riguardo alla poesia e alla narrativa. Ma quanti hanno facoltà di giungere a questi ? La verità è che si pubblica più poesia di quanta siamo disposti a leggerne. Il mercato è saturo; volendo fare una speculazione in termini pratici agli editori di spicco converrebbe fare una carellata di nomi apprezzabili, perché ve ne sono a centinaia (anche di buon livello), ma la realtà è che l'editoria non vende il libro poetico, o così crede, o vuole, per sua scelta restare elitaria, non vuole mettersi in gioco con pletore di poeti della domenica che pure sarebbero disposti a levarsi il pane di bocca per giungere alle redazioni di tali case editrici. Eppure, molti emergenti avrebbero le carte in regola per onorare la pagina letteraria che conta, per traguardare la Storia. Però finiscono per entrare nella tana del lupo, sobbarcandosi le spese di pubblicazione; così fioriscono e prolificano sottoboschi editoriali, a tiratura ristretta, che tentano di colmare la grande disattenzione dell'editoria di prestigio.

Servono a qualcosa le antologie?

Anche le antologie sono specchietti per allodole, non hanno nessuna rilevanza culturale, perché spesso dentro vi è di tutto e di più, senza la logica dell'apparato di selezione che decide il referente; ogni autore presente o assente torna a essere la nullità del fatto poetico, non vi può essere misura di contenuti, né rigore né equità nel fare di tutte le erbe un fascio. Da qui la frustrazione che ha del paradosso, a volte chi vale non rientra nell'elenco e chi non vale è portato all'apogeo da fattori contingenti, che nulla hanno a che vedere con la validità dei meriti effettivi.

Se "la vita è oltre il suo epilogo", come lei vorrebbe essere ricordata?

Sì, è vero, credo di intravedere "la vita oltre il suo epilogo", questa conduce ad un tal sentiero che non vede soluzione di conti nuità, interruzione, o defezioni. La vita è quello che è, inesauribile nella sua scontentezza, nella sua relatività e precarietà, ma se si riesce a individuare uno spiraglio dì luce oltre quel tunnel, l'estremo limite si dilata, va a congiungersi in un'ideale "escalation" a quelle misure, a quelle superiori entità che si relazionano all'eterno, e nel gioco delle parti nulla si esaurisce se non la fisicità/materica. Permanendo nell'orbita di un dettato spirituale che va ben oltre il nulla, i poeti tentano di entrare nella Storia, superando la parabolica curva della nascita per la morte. Intendo che vi siano una resurrezione e tante epifanie che presuppongono un cammino di speranza. Per quanto mi riguarda e attiene alla mia persona, non credo di rientrare nel novero dei poeti storicizzati, non sono autolesionista fino a illudermi di essere ricordata. E se mai lo facessero, vorrei essere ricordata come qualcuna che amava la poesia al di sopra di tutto, tanto da ritenerla la sua seconda pelle.


 

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Friday 9 december 2011 5 09 /12 /Dic /2011 09:47

a cura di Andrea Ballerini della Rivista Expolatinos

 

 

 

 


“Finché esiste un uomo sulla terra, esisterà la poesia”

intervista a Ninnj Di Stefano Busà

in: Expolatinos.com

Il Ceac, Centro Ecuadoriano di Arte e Cultura, molto attivo nella programmazione di eventi culturali, ha organizzato la presentazione di due libri di poesie, tra i quali Quella luce che tocca il mondo, l'ultima opera di Ninnj Di Stefano Busà, una delle figure più rappresentative nel panorama letterario femminile di oggi. Expolatinos ha incontrato la poetessa con la quale è nata una piacevole chiacchierata sulla poesia, sulla cultura e sull'essere poeti oggi.

L'incontro Ninnj Di Stefano Busà è stato affascinante e l'intervista si è trasformata in una bella riflessione sull'essere poeti oggi e sulla difficoltà del fare cultura oggi, ma allo stesso tempo la forza, la passione, il credere, che questa donna, che ha pubblicato diciotto libri di poesie, più altri di critica letteraria e saggistica, lascia trasparire dalle sue parole e dal trasporto emotivo nel parlare di ciò che rappresenta da oltre 40 anni la sua vita. Le sue raccolte sono state tradotte in diverse lingue e le sono state dedicate tre monografie.

Nella sede del Consolato dell'Ecuador a Milano, grazie all'amicizia che ci lega a Guaman Allende, scrittore, poeta, responsabile della sezione letteratura e vice presidente del Ceac, abbiamo potuto incontrare la poetessa prima della serata di presentazione della sua ultima opera, fare qualche domanda, ma soprattutto ascoltare.

Scrittrice, giornalista, saggista, critica, promotrice di premi letterari, un'attività intensa è dir poco. Dove trova l'energia per dedicarsi a tutto questo?

Sono 45 anni che mi dedico alla letteratura e di conseguenza ho molta esperienza nel campo. E' una cosa che mi appassiona e mi prende e quindi lo faccio volentieri e non vedo come possa cambiare modello di vita ed escludere la Letteratura. Per me è diventata una questione vitale la cultura anche perché non è un optional come si pensa attualmente, ma è qualcosa che ci investe all'interno e, secondo me, la cultura è quello che può salvare la situazione in questo momento.

Una cultura che qualcuno vorrebbe 'far scomparire'...

Si', come qualcuno vorrebbe, perché stiamo decadendo giorno dopo giorno fino ad arrivare allo sfacelo, per cui la cultura e, secondo me, anche un briciolo di saggezza, potrebbero salvare qualcosa di salvabile, almeno lo spero...

Esiste ancora il giusto spazio per la poesia nel mondo della comunicazione multimediale di oggi?

Finché esiste un uomo sulla terra, esisterà la poesia. Non è solo quella che vediamo come scrittura e quindi 'subiamo', ma secondo me qualcosa che internamente ci coinvolge e in fondo in fondo, se vogliamo esaminare bene, è la nostra anima. Quando noi diciamo poesia, oggi come oggi, ne parliamo quasi in modo astratto perché non ci coinvolge più, perché abbiamo dato grande spazio all'informatica, a internet, insomma a tutte le cose che danno l'immagine immediata senza la riflessione. Invece la poesia, la vera poesia ti inchioda ad una riflessione, perché ogni persona che legge ha bisogno di capire quello che sta dicendo l'altro ovvero di interloquire con l'autore.

Quindi questo spazio c'è ancora?

La tecnologia, l'informatica ha e dà dei messaggi completamente opposti alla poesia perché la poesia esige una ponderatezza, una riflessione, una comprensione e il mondo informatico questo non lo dà, ragion per cui noi abbiamo sempre bisogno di poesia che è una sorta di conforto in questi tempi così difficili, così angoscianti, così affrettati, così alieni da qualsiasi spiritualità. Ci dà il senso di essere con noi stessi, il senso del dialogo con gli altri e ci arricchisce, anche senza volere.

Poesia come investimento su sé stessi.

Io, vede, ho insegnato tanti anni all'Università della Terza Età e ai miei corsi venivano inizialmente scettici oppure speravano, anche in massa, di fare subito poesia, poi si accorgevano che la poesia non è uno scherzo. Ti investe molto, devi dare molto di te, devi avere una certa capacità espressiva, di linguaggio. Devi avere in mano il lessico. Il concetto che vuoi esprimere lo devi fare in una maniera ben precisa, non puoi derogare.

Esistono precise regole?

Certo, esistono delle regole e bisogna seguirle, perché altrimenti non è poesia, sono parole in libertà che non hanno senso. Questo messaggio che vuoi lanciare lo devi incanalare in modo che venga compreso e arrivi al lettore. Quindi c'è ancora margine per poter fare e rappresentare poesia questa umanità che sta per...estinguersi.

A proposito della sua ultima opera, la si deve considerare una sorta di viaggio continuo rispetto al suo lavoro precedente?

Si', la mia è una poesia che continua nel tempo e non è un percorso accidentato che nasce e si interrompe, come ho visto accadere a molti. Io sono stata fortunata perché l'ispirazione non mi è mai mancata; posso stare dei mesi senza concepire un testo, poi inevitabilmente c'è il fiume in piena e non le nascondo che nel giro di due o tre settimane riesco a fare un libro, a volte anche con due, tre, quattro, sei testi al giorno, intendo poesie. Non mi manca l'ispirazione, non sono mai ripetitiva e in ogni raccolta sono sempre un po' diversa dalla precedente.

Il poeta deve avere comunque un metodo, un'allenamento continuo.

E' chiaro che c'è uno sforzo come il ginnasta o il calciatore o il ciclista che deve allenarsi. La poesia è una palestra, è un modo di vivere. Non è una cosa astratta che tu la fai, non la fai, è una cosa in cui credi e nella quale investi tutta te stessa. E' la vita. Invece di parlare in modo, diciamo comune, a volte scialbo, parli in modo elegante e in questo caso intendo il linguaggio della poesia. La scrittura deve essere come la vuole sentire il lettore, perché se è una vera poesia il lettore dice 'come vorrei averla scritta io'.

Come nasce una poesia di Ninny Di Stefano Busà?

Il mio modo di fare poesia non è 'da tavolino', la mia poesia viene da un'ispirazione interna che è come se mi dettasse qualcosa, non so come spiegarlo, mentre la scrivo, il giorno dopo l'ho già dimenticata e se dovessi dire di ripeterla, è come se non l'avessi scritta io. Certe volte rileggendo alcune poesie delle mie raccolte, mi sorge il dubbio di averla scritta io. Mi estraneo a tal punto che che non la riconosco quasi più, ma allo stesso tempo sono uniche e non copiabili e qui sta la bravura di un poeta, nel non ripetersi ed io cerco nei limiti del possibile di non ripetermi, usando sempre termini diversi e di dare maggiore rappresentatività ad un linguaggio che non è comune con ricercatezza nei termini, perché è molto importante. E anche i miei critici, che sono autorevoli, dicono che io, da una raccolta all'altra, riesco a rinnovarmi e trovo che le ultime sono sempre migliori delle prime. Non mando in stampa una raccolta se non l'ho tritata in un modo osceno.... Sono molto esigente, lo ero con i miei studenti, ma sono soprattutto esigente con me stessa. Non voglio che la parola sia asfittica o sovrabbondante di aggettivi, voglio che sia il tanto che basta, come una ricetta con gli ingredienti giusti.

Ci troviamo 'in casa' di una paese latinoamericano, c'è qualcosa che la lega a questo mondo culturale?

Noi abbiamo molto in comune con il mondo latinoamericano. La nostra matrice è di per sé una matrice comune. Ci somigliamo moltissimo, anche nelle tradizioni, nel modo di vedere e concepire la vita, poi bisogna capire quali affinità trovano le varie persone e in ogni caso il linguaggio della poesia è davvero universale.


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Friday 9 december 2011 5 09 /12 /Dic /2011 09:43

a cura di Don Santino Spartà

 


Intervista a Ninnj Di Stefano Busà

rivista "Dossier"

Lei è poetessa, critico, saggista, giornalista, quale di questi ruoli ritiene più cònsono alle sue capacità interpretative nel versante di oggi?

E' difficile immaginarmi in un ruolo ben conchiuso e definito o definibile, io sono come il Condor, amo le aree libere del cielo. Tutti i ruoli assolvono per me carattere di comunicazione col mondo. Mi ritrovo in essi con la finalità di dare un contributo umano e culturale alle varie discipline, senza prevaricazione né prioritarie scelte di campo.
Ogni aspetto d validità o meno dei ruoli prescelti credo vada a raggiungere fatalmente il fine ultimo che è quello di dare secondo le indicazioni di Dio o secondo le proprie predisposizioni da Lui infuse, ciò che si possiede, a seconda delle capacità del proprio sentire, della propria intelligenza e del proprio destino, nel saper trasmettere valori e significati alla vita. Sicché, sono vari ruoli quel che Dio mi ha destinato, forse anche un "tramite", null'altro che un mezzo di creatività e un tentativo di conoscenza possibili.

Quali tematiche si stagliano nella sua Poesia?

Risposta: In quanto alle tematiche, credo e mi auguro di non essere monocorde, la mia visionarietà spazia tra filosofia, cosmogonia, metafisica con un senso di religio che vibra sempre attraverso le infinite verità possibili che perseguo e che, (a quanto affermano i miei critici), danno alla mia Poesia il fascino di una scrittura insolita, riconoscibile per il timbro personale e, (bontà loro) molto apprezzata e seguita: "rendendo come veramente è giusto, la consacrazione delle mie tante "anime" come afferma Giorgio Bárberi Squarotti, mio amico da lunghisso tempo.

Fino a che punto vibra nella sua poetica l'afflato religioso?

E' quello che si dice l'origine-causa del mio linguaggio. Dio è imprendibile e io cerco di sfiorarlo come posso, inducendomi a pensare che Egli sia più vicino a me attraverso la Poesia. Perciò, è una ricerca incessante, continua, a volte visibile, altre solo intuibile, ma sempre dietro l'urto dirompente della scrittura, io urlo il Suo nome, verifico la Sua possibilità di essere ascoltata, la capacità escatologica della ricerca, mi porto più vicino al Grande Mistero del Trascendente, come tentativo di avvicinamento e di suggello della Sua Presenza- Intuizione

Come considera le monografie che le hanno fin qui dedicate? mi pare tre, nelle quali lei viene esaminata da diverse angolature e fotografata a 360°.

I miei critici danno giudizi molto belli nei miei riguardi. Spero che siano dettati da competenze autorevoli di grande levatura e non piuttosto da affinità elettiva che può accomunare intelletti di pari dignità.
L'impressione che ho ricavato dal loro racconto esegetico sulla mia persona è lusinghiero. Dire se tutto quanto affermano sia vero  e non piuttosto il frutto di convinzoni persnali non sta a me dirlo. Il tempo farà giustizia da sé, sempre che il mio modo di rapportarmi alla Poesia sia verificato anche da altri illustri che man mano seguiranno, consentendomi di passare "la frontiera" e chiedere quel diritto d'asilo di cui pochi responsabili unici detengono il potere per la Storia della Letteratura Italiana.

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