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26 maggio 2014 1 26 /05 /maggio /2014 09:57

NINNJ DI STEFANO BUSA' SU "OLTRE QUEL MURO", DI N. PARDINI

LETTURA DI NINNJ DI STEFANO BUSA'
COLLABORATRICE DI LEUCADE


Al limite dei sepolcri tutto si compie: presente e passato s’intersecano, hanno strani bagliori, fulgidissima luce eterna, le spore di tenebra che ascoltano il silenzio dell’Ade. Quel lunghissimo e sereno sorriso metafisico che rende complici la natura, la vita; di un suo estremo peregrinare chiude le porte alla morte, ma le spalanca al sogno: dalla penombra rinserra i nostri defunti, proiettandoli oltre l’immaginario, oltre il limite del vero e del falso, della verità e della gloria…e pare che il sogno vibri ancora della ns. speranza futura, del ns. paradiso perduto coniugando il linguaggio dei sensi che, foscolianamente, s’intersecano coi morti, con le memorie sospese a mezz’aria, come un canto immortale che s’illumina dei nostri sensibili e fragili canti e le inonda di un fantomatico crescendo in progress, di una vita nova che la penna di Dante ha trattato così bene nella sua Divina Commedia, e proprio come lui ne viviamo le immagini, trasfondendo nel buio della notte dei tempi le ns. vanaglorie.
Oltre quel muro il ns. regno di latta nutre tutto ciò che si rianima e vive con noi nell’eternità di un solo fulgido mattino di sole…
La poesia di Pardini è diventata un celestiale canto che ha il privilegio di restituirci i “Fiori del male” di Baudelaire, o i Sepolcri di Foscolo in formato moderno, una sorta di rivisitazione neoclassica che la dice lunga sull’autorevolezza architettonica e letteraria di questo grande poeta moderno. Auguri e, tante altre occasioni come questa, di renderci godibili e pregnanti i tuoi versi, che sbocciano come fiori notturni dall’intimità con fulgide stelle…
                            Ninnj Di Stefano Busà 
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24 maggio 2014 6 24 /05 /maggio /2014 13:11

Soltanto una vita, Ed. Kairos, 2014  di  Ninnj  Di  Stefano  Busà

a cura di Floriano Romboli

 

Non può che suscitare interesse la prima prova narrativa di Ninnj Di Stefano Busà, poetessa molto conosciuta e apprezzata per le numerose raccolte di versi pubblicate nel tempo con vivo consenso dei critici e del vasto pubblico dei lettori; e il romanzo Soltanto una vita, apparso nel febbraio scorso per i tipi della Kairòs  Edizioni  di Napoli, si rivela un’opera compatta, stilisticamente coerente, scritta con sofferta, intensa partecipazione etico-sentimentale perché concepita sul fondamento di convinzioni ideali salde e profonde.

Il nuovo lavoro, ambientato in Argentina e in un contesto sociale alto-borghese, essenziale e lineare nella sua fisionomia strutturale-organizzativa, non è d’altronde privo di suggestioni poetiche, giacché l’elaborazione romanzesca si anima sovente di accensioni liriche, innanzitutto di fronte allo spettacolo entusiasmante e irresistibile offerto dalla natura:

“Il panorama dal golfo è mozzafiato: un mattino di settembre inoltrato, in cui la luna sparisce dall’orizzonte ancora assonnato, una rada nebbiolina penetra nei respiri sottili  e affannosi dell’estate appena trascorsa, che sta già obbligando le foglie e le chiome degli  alberi a tramutarsi in giallo ocra e arancio. Si avverte nell’aria un tremore  smarrito  di teneri singulti,…quasi uno stupore commovente e tenero, un languore malinconico, una sorta di addio all’estate che già si allontana a piccoli passi, lasciando nell’animo  una nostalgia  di  fondo inesprimibile “(p.37)

Le stesse vibrazioni lirico-meditative ricorrono nel testo allorché l’autrice considera la vicenda umana, la storia intima degli individui, attraversata contraddittoriamente da una spiccata aspirazione alla felicità e quindi da un insopprimibile desiderio di auto-realizzazione personale, e dall’amara esperienza della delusione provocata dai numerosi ostacoli, dalle tante difficoltà materiali e spirituali che costellano la quotidianità di ognuno.

Se l’equilibrio naturale può essere sconvolto dall’uragano, come si racconta proprio all’inizio (“ L’oceano si apre improvvisamente, come una valva sul fondale lussureggiante di un’immensa esplosione di luce (…) e pur tuttavia l’amabile dolcezza di quel tratto d’insenatura stupendo, situato sul litorale atlantico…oggi appare devastato, almeno in parte, martoriato dal ciclone che si è abbattuto con furia sterminatrice”, pp.12-13), pure la stabilità interiore della protagonista, Julie Lopez, risulta seriamente insidiata dalla comparsa di una forma molto grave di malattia:

L’ordine è mutato, sente che nulla sarà più come una volta; la malattia l’ha segnata inevitabilmente, ora vi è come una linea di demarcazione, uno spartiacque che consegna una forma  di  turbamento aggiuntivo, e che Julie non può riordinare nel breve tempo: il male ha sconvolto taluni equilibri, ha  stravolto molti fili che ora restano allo scoperto, in modo quasi indecente; spetta ora a lei ripristinare e assegnare una  dimensione nuova a ogni più piccola tessera del puzzle (pp.77-78)

È tale lirismo riflessivo che nella narrazione valorizza l’intersezione fondamentale dell’àmbito naturale e di quello umano, gettando luce sul rapporto, di rilievo decisivo, fra uomo e natura.

Questi, nella costituzionale ambivalenza di animale di natura e anche di cultura, ha inteso spesso rivendicare la sua innegabile specificità, in base alla quale ha costruito la storia, la civiltà, il proprio imponente patrimonio tecnico-scientifico; ha nondimeno avvertito in molte circostanze il bisogno di ritornare alla natura, di reimmergersi nei suoi ritmi armoniosi e pacificanti, di rinnovare, attraverso la relazione con essa, il dialogo con Dio, come accade ai personaggi principali del libro:

Si  dirigono tutti in quel luogo  e  avvertono che il tempo, lì, sembra essersi fermato come d’incanto. Si  è come sciolto  quel  groppo o nodo che, in genere, tiene stretto il genere  umano  al  suo travaglio, si sono liquefatti ogni impiccio, pena, disillusione, in un idioma naturalistico che tutto idealizza e anima di quieti incantamenti (…) In quel luogo, tutto è un coro  alla filosofia  del creato, che ha saputo così bene orchestrare: suoni, sapori, odori, stille  lucenti di un complesso riproduttivo  chiamato a dare il meglio di sé (p.167)

Certo è che la vita dispensa momenti di letizia e altri di pena, poiché “ la vita è assai bizzarra; il suo fascino strano e misterioso, talvolta, ci porge gioie e dolori, ma ci consente anche di superare il guado e salvarci, oppure c’ inebria o ci blandisce, dopo averci fatto sfiorare il terrore”(p.137); e  quasi a conferma di un’idea siffatta Julie dichiara in un momento toccante della sua esistenza: “Ho visitato l’inferno e ora sono al settimo cielo”(ivi).

L’uomo però può fare della sua vita – che è soltanto una vita – un’esperienza serena e appagante, se saprà fare uso saggio e conveniente della propria peculiarità intellettuale-morale, ispirandosi ai valori della tenacia, dell’auto-stima, di un’attiva e comprensiva solidarietà, della speranza che “dalla notte cupa risorgerà sempre la più luminosa aurora”(p.158), e soprattutto disponendo l’animo all’amore, sentimento di cui nell’opera viene esaltata con toni commossi la centralità nel succedersi  delle generazioni:

Infine, chi regge la storia di ognuno è sempre l’amore, che è anche il fattore impalpabile dell’inconscio  emozionale, ne designa l’orbita  gravitazionale all’interno di ogni nostra proiezione esistenziale (p.63)

Se l’amore s’impara ( come una volta si scopre a pensare ancora Julie), s’impara altresì l’amore per la vita, alla quale nel romanzo la scrittrice – riservandosi risolutamente il ruolo di narratrice onnisciente – tributa un omaggio appassionato che ha nel descrittivismo insistito, a tratti prezioso riscontrabile in molte pagine il più evidente corrispettivo formale.

Talora il gusto per le descrizioni lunghe e raffinate rischia di appesantire il discorso narrativo, determinando cadenze ripetitive ( penso in particolare alle parti dedicate agli interni lussuosi delle dimore aristocratiche, agli abiti dei personaggi, sempre debitamente firmati, ai menù dei pranzi e delle cene di gala e via elencando), stilizzazioni irrigidite nocive all’autenticità degli ambienti storici e umani rappresentati; ma il messaggio complessivo del libro – l’invito a dare alla propria vita le caratteristiche di un’esistenza compiuta e originale, significativa e mai opaca ed etero-diretta – si trasmette al lettore con forza persuasiva.

 

                                                                                                                        Floriano  Romboli

 

                                                                

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23 maggio 2014 5 23 /05 /maggio /2014 22:11

-A SORPRESA-  LA GRANDE POETESSA SI PRESENTA OGGI NELLE VESTI DI NARRATRICE

FRANCO CAMPEGIANI a: SOLTANTO UNA VITA", di Ninnj Di STEFANO BUSA'

A CURA DI FRANCO CAMPEGIANI

FRANCO CAMPEGIANI
COLLABORATORE DI LEUCADE





Romanzo a sorpresa di Ninnj Di Stefano Busà
("Soltanto una vita" - Kairòs Edizioni)
Ninnj Di Stefano Busà - lo sappiamo - è una delle più accreditate firme della pagina poetica nazionale. Notissima come poetessa ed anche come critico letterario, oggi ci sorprende con questo testo pubblicato dalla Kairòs di Napoli e prefato dall'illustre Prof. Nazario Pardini, affrontando un genere di scrittura per lei nuovo, la narrativa. Una vera e propria curiosità, pertanto. Una primizia, non soltanto per i suoi lettori abituali, ma anche per un pubblico più vasto, maggiormente sensibile verso questo genere di letteratura. "Soltanto una vita" è un romanzo molto particolare, dove lo stile narrativo si arricchisce di una vena poetica sempre fresca e felice, in una scrittura limpida e comunicativa, intrisa di profonde riflessioni filosofiche. Qualunque genere affronti, la penna della Busà ha le medesime caratteristiche: è poetica e filosofica nello stesso tempo.


Chi conosce la sua poesia sa che essa è profondamente pensosa. La sua prosa, viceversa, risulta intrisa di poesia, e ciò contraddice il luogo comune secondo cui il filosofo ed il poeta non sarebbero compatibili tra di loro. Evidentemente c'è un pensiero filosofico che si radica nella poesia (non razionalistico), così come c'è un sentimento poetico radicato nella filosofia (non sentimentalistico). Ma qual'è il tratto veramente innovativo di questa scrittura? Della contemporaneità condivide l'aspetto fondante, e cioè il senso del relativo: il sentimento doloroso del limite proprio di ogni avventura esistenziale; la precarietà e l'angoscia del vivere; la coscienza della consunzione, del logoramento, della fine. Ma tutto ciò in Ninnj si incontra e si scontra con un vivo desiderio dell'incorruttibile e dell'assoluto, dando vita ad una pagina letteraria incandescente, dove ad animarsi è il fantasma della frattura, fantasma che paradossalmente evoca la reciproca appartenenza dei due poli tra di loro.
Ne vengono sfinimenti, sconfitte, ma insieme rinascite interiori, nella consapevolezza di appartenere ad un disegno universale inconoscibile, cui tuttavia ci si affida religiosamente. Una religiosità, direi, di ascendenze keerkegaardiane, dove la separazione del divino dall'umano funge paradossalmente da propellente della fede, nella certezza di un ritorno nel cuore dell'eterno al termine dell'avventura esistenziale. E sono esattamente questi i temi che emergono anche nel romanzo di cui ora ci occupiamo. "Soltanto una vita" è la storia di una famiglia colpita da gravi sventure, ma capace di reagire e di risorgere dalle ferite con rinnovati slanci ed invincibili ardori, facendo ricorso all'amore in tutte le coniugazioni possibili, ma soprattutto puntando lo sguardo verso l'assoluto, che è e resta la vera fonte battesimale di ognuno di noi, come di ogni espressione vivente.


Potrebbe sembrare, questo, un facile ed ingenuo ottimismo per tanti intellettuali à la page, pronti ad arricciare il naso di fronte a tutto ciò che ha sapore di incanto, di innocenza, di purezza, di positività. Si ritengono scaltri e smaliziati, costoro, mentre invece hanno paraocchi che non consentono di vedere come positivo e negativo, incanto e disincanto, non sono altro che facce distinte d'una stessa medaglia. E in fondo hanno pregiudizi simili a quelli dei cosiddetti "incantati", degli imbambolati, seppure di segno contrario. Entrambi separano spocchiosamente il Nero dal Bianco, il Bene dal Male. Al contrario, l'incanto di cui parla la Busà non esclude il disincanto, ma lo include entro i propri confini. E' un incanto che si fa carico del disincanto, una gioia che porta sulle proprie spalle il dolore. E lo fa senza battere ciglio, come risulta fin dalla frase posta ad esergo del libro: "Credere nella vita / vuol dire accettare anche il peso del suo dolore".
Il bianco non esclude il nero, della cui vicinanza ha bisogno proprio per potersene differenziare. Altrettanto il Bene, per crescere, ha bisogno del Male con il quale si deve confrontare. Non lo può eludere, ma se ne deve alimentare. C'è dunque un Male che fa Bene, un Male che contribuisce alla costruzione della coscienza, anziché alla sua distruzione. Intendo dire che gli orizzonti della scrittrice sono di ordine morale, non moralistico. La differenza è fondamentale, perché dove il moralismo divide, la moralità abbraccia tutto con ineffabile amore.  E sono davvero tanti gli spunti che potrebbero essere estrapolati dal libro per convalidare l'assunto.
Mi limito a citare le frasi finali del testo, che trovo particolarmente illuminanti e significative: "Le risorse stanno in noi, basta saperle cogliere, diramarle, veicolarle e trasmetterle ai nostri figli, senza ostentazione o vanità, con efficacia e semplicità, senza tentennamenti... Veniamo al mondo per amarla questa vita, l'unica che abbiamo, non per opporci ad essa o per oltraggiarla, e se talvolta ne veniamo feriti, ebbene si, tiriamo fuori tutto il coraggio, l'ardimento, la forza morale di cui siamo capaci per lottare strenuamente contro il male". Una lotta che è anche un abbraccio, come si può vedere, perché il male vissuto in tal modo finisce per essere mirabilmente costruttivo. E sta qui, direi, l'ulissismo di questa visione della vita.
La cultura contemporanea, approdata da tempo ai temi del Nulla, del Nonsenso e del Vuoto, del Naufragio a senso unico, gronda a mio parere di orfismo ed ha bisogno di incrementare quella fede nei valori positivi il cui depositario è Odisseo. Cosa fa invece Orfeo? Caduto in disgrazia, finisce nella disperazione e nella follia, mentre Ulisse, a dispetto delle sconfitte, è sempre spinto in mare aperto con rinnovati ardori. Tuttavia egli conosce frustrazioni e naufragi, per cui non ha alcunché di tronfio, di arrogante o presuntuoso. Non è un drago sputafuoco ed è umilissimo nella sua fierezza, tant'è che si fa chiamare Nessuno. E' un Nulla e un Tutto nello stesso tempo, una forza dell'equilibrio, una potenza della Natura. E credetemi: queste digressioni non sono peregrine, ma fondamentali per mettere a fuoco la weltanschauung della nostra scrittrice.
C’è un’esperienza letteraria importante, nel panorama culturale sostanzialmente orfico dei tempi attuali, che in qualche modo raggiunge l’ulissismo e di cui è qui opportuno parlare. Mi riferisco a Giuseppe Ungaretti. Ricordiamo i famosi versi dell’Allegria? “E subito riprende / il viaggio / come /  dopo il naufragio / un superstite / lupo di mare”? Ebbene la visione del mondo della nostra scrittrice si trova su questo stesso binario, in questa medesima lunghezza d'onda. E' una fede nella vita che cresce e si rafforza con l'esperienza del dolore. E a questo punto è opportuno a mio avviso ricordare un'altro importante percorso letterario ed umano, davvero odisseico, dei tempi attuali: quello di Alda Merini, di cui non a caso la Di Stefano Busà è stata confidente ed amica.
E qui si giuoca, a parer mio, un passaggio particolarmente importante per la cultura del nostro tempo. Siamo nel Postmoderno, dove l'antropocentrismo in ogni sua forma è crollato e l'umanità ha finito per disperdersi dal centro nelle periferie del creato. Ebbene, a me sembra che nella storia che Ninnj descrive, i protagonisti facciano un percorso alternativo, sperimentando un'altra e diversa centralità: la centralità di se stessi. Così l'uomo, non più al centro dell'universo, qui è posto, o si pone, al centro di se stesso. E la sua è soltanto una vita nel pullulare sconfinato di vite di cui si popola l'universo. Gli attori di questo romanzo vivono nella consapevolezza che la loro è soltanto una vita, solo una tessera nell'immenso mosaico. Danno il meglio di sé, con il massimo impegno, senza tuttavia sopravvalutarsi, senza illudersi di essere i protagonisti esclusivi della scena.
E dire che sono personaggi molto potenti! Appartengono all'alta società, sono direttori di banca, ingegneri petroliferi, manager. Ma non insuperbiscono, il che è straordinario. Nell'immaginario collettivo, lo sappiamo, questo ceto sociale naviga negli ori e nei privilegi, nelle feste e nei lussi sfrenati, per non dire dell'affarismo spericolato. Qui si fa portatore, invece, di impegno etico, di morigeratezza, di affetti limpidi, di valori morali. E tutto senza cedimenti retorici. Una rivoluzione! Ricordiamo il detto evangelico? "E' più facile che un cammello entri nella cruna di un ago che un ricco nel Regno dei Cieli"? Questo romanzo sembrerebbe smentire l'assunto, ma in realtà lo conferma, in quanto il motto suddetto evidenzia la difficoltà per i potenti, non l'impossibilità, di vivere con sentimenti di rispetto e di altruismo, di fraternità e di amore (difficoltà, d'altro canto, comune agli uomini e alle donne di qualunque ceto e posizione sociale).
Il romanzo si apre con una descrizione paesistica stupefacente. Siamo nella Tierra del Fuego, all'estremità meridionale del continente americano, tra lo stretto di Magellano e Capo Hoorn. Un'alba rosata si dipinge sull'ampia baia dopo l'orribile nubifragio notturno. Da un lato le colline solenni, dall'altro l'oceano atlantico che "si apre come una valva sul fondale lussureggiante di un'immensa esplosione di luce". Un vero e proprio rapimento estatico di fronte alla bellezza selvaggia di una natura incontaminata, crudele e dolcissima nello stesso tempo. E' lo scenario adatto per porre il lettore nella condizione psicologica idonea ad entrare nelle pieghe del romanzo, tutto giuocato, come abbiamo visto, sulla compenetrazione armonica del positivo con il negativo. C'è un parallelismo calzante tra le vicissitudini violente, ma rigeneranti, del creato e gli eventi dolorosi, ma corroboranti, dell'esistenza umana.
Nazario Pardini, in prefazione, parla di "un grande mélange di cospirazioni naturistiche, di panorami mozzafiato, di forze evocative, di scavi psicologici e di intrighi che mai si allontanano da una verità, specchio dei nostri giorni". Realismo, dunque. Un realismo vitalistico, energetico, diverso da quelle scuole del realismo che indulgono al pessimismo, al disincanto, al trionfo dello squallore e del Nero. Ascoltate questa descrizione: "Sulla sabbia sono ancora evidenti i segni lasciati dalle raffiche di vento; disseminata di oggetti dei più disparati, la spiaggia appare come uno scenario infernale; sparsi un po' ovunque, in modo disordinato e violento, vi sono i segni di una lotta all'ultimo sangue, con quegli elementi che la natura ha scaraventato in aria e ammassato alla rinfusa". E' da questa violenza che la natura si rigenera, dando origine a nuove aspettative e a nuovi cicli vitali.
La stessa cosa accade negli eventi della vita umana, dove il lieto fine non è scontato, ma può anche esserci, come in questo caso, ed è il frutto di un impegno strenuo e costante, di una fede non astratta ma vissuta sulla propria pelle, andando molto oltre la ragionevolezza umana. Tra Julie Lopez e George Martinez, dopo molte sofferenze, scocca le sue frecce Cupido. E la Busà registra il suono festoso delle campane del cuore in pagine ricche di estraniante fascinazione: "Tutto ora sembra presagire un lieto fine: sentono di possedere l'apertura alare delle aquile che sorvolano il cielo privo di nubi, una pacificazione interiore che rinforza gli argini e inibisce i malumori, concilia con il mondo intero, che pare ovattato, quasi insonorizzato, per loro, che hanno attraversato lo Stige a piedi, lacerandosi l'anima, e ne riportano ancora le ferite, le escoriazioni, le abrasioni".
Ed è stupenda, successivamente, la descrizione di Julie, dopo aver superato la prova di un triste aborto: "Hanno strani riflessi quegli occhi! Contornati da pagliuzze dorate, hanno lo scintillio incomparabile di una riverberazione dal profondo. Parlano il linguaggio del cuore, la lunga discesa negli Inferi, la risalita lenta e faticosa di chi ha tanto sofferto e amato". I due protagonisti, successivamente, avranno figli e nipoti, tanto che la trama sembra assumere l'andamento di una saga. Una saga il cui mito centrale è l'amore: l'amore sofferto e non sdolcinato, l'amore che è sempre un dolce intriso di amaro. Perché bisogna costruirlo l'amore, e non aspettarlo da altri, bisogna crederci fino in fondo, farselo crescere dentro e poi donarlo.


Scrive la Busà: "L'amore vero ci vive dentro, mai nei paraggi, né di sghembo o nelle vicinanze"; "L'amore s'impara: giorno per giorno, momento per momento, nulla è dato per scontato". E le pagine più belle sono a mio parere quelle che nascono osservando una gestante, una donna capace di spezzarsi come il pane per donare la vita ad un altro essere. Ci sono riflessioni formidabili, come la seguente: "Mettere al mondo una creatura è... mettersi in contatto con l'eternità... L'antinomia fondamentale dell'amore risiede nella frenesia del mordi e fuggi, nel dilatare il significato esteriore a sfavore di quello interiore". E non è, questa - non vuole esserlo - una teoria sull'amore, ma il puro e semplice maturato di conoscenze di vita di una neo-mamma, di una puerpera che parla e sussurra a se stessa: "Viviamolo l'amore! Non abbiamo molte vite, ce ne resta solo una, ed è molto breve!". Soltanto una vita, appunto.

                              Franco Campegiani
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17 maggio 2014 6 17 /05 /maggio /2014 18:11

 

                                                     COMUNICATO-STAMPA

 

 

Grande affluenza di pubblico alla presentazione del primo romanzo della scrittrice Ninnj Di Stefano Busà. Ieri 16 maggio è stato presentato al Circolo della Stampa di Milano la sua ultima fatica letteraria: SOLTANTO UNA VITA. Un pubblico attento e disponibile a recepire il valore culturale di questa scrittura, oltre che il messaggio che l’autrice intende mandare a chi lo legge.

Ha avuto come relatori due protagonisti della storia letteraria di oggi: Franco Campegiani critico, filosofo, saggista e Ivan Fedeli un altro grande interprete della pagina poetica contemporanea.

Entrambi, in chiave diversificata hanno rilevato i punti salienti del libro, affrontando da diverse angolazioni la potenza espressiva della scrittrice. 

Fortemente impregnato di lirismo, il romanzo ha saputo mantenere in asse l’equilibrio perfetto della sua trama, una saga familiare che si snoda tutta all’insegna dei sentimenti ineludibili che oggi sono deteriorati e rarefatti al punto tale da essere quasi assenti. Una società che bandisce i valori familiari, li depaupera e li mortifica da giungere a toccare il declino di essi.

Le mode sono cambiate, la scrittura ha assunto toni sarcastici verso i veri sentimenti, immettendo sul mercato editoriale tanta fuffa, sconcezze, e volgarità, giustificandone l’introduzione come un cambio epocale, una trasformazione della società, che giunge a mascherare se stessa con temi scadenti, di dubbio gusto e di estrema decadenza, perché priva di valori che la nobilitano. L’autrice è andata controcorrente: ha saputo a piedi nudi entrare in un tempio di bellezza, di verità e amore e trascinarsi dietro adepti (pochi ormai) che credono in un  rinnovamento, un rinascimento dei valori della famiglia.

L’autorevole prof. Nazario Pardini autore della prefazione è stato più volte ricordato per l’eccezionale introduzione all’opera, che ha saputo in modo eccelso, con grande competenza e compiutezza manovrare la trama del romanzo e felicemente penetrarlo. Un libro come pochi, davvero da leggere e da gustare per le numerose annotazioni, riflessioni, osservazioni che, oltre a farne un romanzo piacevole, riesce a dare con semplicità e dovizia di particolari, molti interessanti spunti, predisponendo a quella ricchezza interiore cui ogni individuo, per sua precipua necessità ambisce, senza deludere la lettura di nessuno, ma anzi introducendo il significato vero, profondo dei moti dell’anima.

Si tratta di una scrittura alla quale non si giunge quasi mai alla prima prova d’esordio, ma dopo lunga, incessante preparazione, un lavoro di esperienza con un labor limae, e molto tirocinio in campo linguistico

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16 maggio 2014 5 16 /05 /maggio /2014 09:06

Nota critica su: l’Utilità dell’Arte poesia, Aracne Ed. 2013

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

La grande compagna testuale della scrittura lirica del poeta Bonessio di Terzet è la sua visionarietà, che è appunto l’essenza, la categoria portante del suo linguismo e si manifesta chiaramente come forma implicita, fuori dalle righe, mostrandosi punto focale e attraversamento della grande spirale e fatica terrena.

Ettore Bonessio di Terzet ama le ampie volute, le circumnavigazioni della mente, predilige le avventure sempre più temerarie del processo di transitorietà umano che si avvale di voli pindarici per proiettarsi sul destino della specie.

Nel segno della utilità dell’arte egli ci dà delle coordinate degne della massima attenzione da parte della critica che conta, ci segnala l’attraversamento e il percorrimento di un tragitto che pur restando nell’ambito dei confini di una visuale leggendaria, tuttavia sonda, scava nei processi mentali tutte le occasioni di un viaggio off-limit fuori dalla continuità logica dei sensi che lo vede catapultarsi di frequente nelle anse di un enunciato lirico, senza darlo troppo a vedere.

La sua è la storia di un verbo maiuscolo che sa decifrare le armonie universali ed entrare in sintonia con quella forza “ermeneutica” che conquista l’uomo moderno e lo rende responsabile della sua vicenda storica.

Una poetica che si potrebbe definire molto cerebrale, con punte di massima intellettualità, che si pronuncia in modo ampio ed eclettico e con l’autorevolezza con la quale si rende degna di essere ascoltata, fino all’ultima parola, all’ultimo sintagma, come si fa con un silenzio rarefatto, quando l’enunciato spirituale e intellettivo è straordinario.

 

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16 maggio 2014 5 16 /05 /maggio /2014 09:02

 

Recensione di Ninnj Di Stefano Busà

 

TEMPO NUOVO, la nuova raccolta poetica di Guido Zavanone,

offre una panoramica ampia quasi esauriente, (non si sa quanto conclusiva), direi che quasi ne segni il suo itinerario letterario in modo rigoroso e adeguato. Tutta l’opera di Zavanone, si avvale di un temperamento dottrinario sempre sopra le righe, dove il poeta scava la profonda ferita del mondo, ne descrive il dolore della sua condizione precaria, in quanto abitatore di una terra imperfetta, senza certezze, scabra e indifferente al male dei suoi abitanti.

Basterebbero questi pochi versi per esplicitare, qualora ve ne fosse ancora bisogno, la perfetta analogia che passa tra il poeta Zavanone e la conseguente immagine di sofferenza che la vita trascina con sé:

 

...sonno profondo senza sogni per una

ben dosata anestesia,

mentre un bisturi affonda indifferente

nella mia carne viva. Oh poesia!

 

 

E non è il solo episodio chiarificatore di questo lirismo ben coordinato, senza fronzoli, esperto nel dosare parole e pensieri. Vi sono nel libro svariate occasioni per le quali Guido Zavanone si porta al di là dell’astratto per esprimere il grande concetto universale della precarietà dell’uomo, il suo vuoto a perdere, le sue esitazioni nel dover soggiacere a regole e imperativi che ne fanno un individuo sempre in transito, alla ricerca di se stesso e della visione di Dio, nel concetto catartico che s’intravede sullo sfondo.

A proposito della Cristologia e del pensiero divino vi sarebbe molto da dire: vi è insito nel peregrinare dell’uomo un obiettivo di luce, qualcosa che somigli ad una fede, al di là del dubbio e dell’indifferenza, a questa si volge con intima convinzione il verbo della dialettica zavanoniana, ed è un concerto di note che vivificano il suo messaggio dell’oltre, in considerazione di un ben più ampio concertare di teorie.

Per tutti è lo stesso varco che bisogna raggiungere, l’unico a dover essere traghettato, per addivenire all’Infinito Mistero.  

Vi è un concetto nella poetica di Zavanone che resta preponderante e infinitamente segnato dalla sofferenza terrena: è la visione di un pellegrino ante litteram alla ricerca del suo Infinito, pur nella frantumazione e polverizzazione quotidiana.

Il suo habitat è precario, ammette il poeta, il suo itinerario è sempre in transito, alla ricerca di sé medesimo e della sua verità con la quale entra in contrasto continuamente, ma dalla quale non può discostarsi, senza avvertirne l’urto demolitore, il tragico epilogo di una storia portata alle sue estreme conseguenze.

La ricerca del bene in Zavanone è sorretta da una visione onirica che fa da chiave ermeneutica, per altre e più complesse indagini.

La vita è il tempo sono i suoi temi preferiti, il poeta abbraccia e cavalca il tempus fugit come il destriero della nostra storia, la più intensa vicenda contraddittoria della specie umana, alla quale si aggiungono referenti sempre difficili, contrasti e assenze  di ognuno.

Tutta la poesia di Zavanone risente della lezione di un classicismo improntato al “mal di vivere”: la provvisorietà e transitorietà terrene sono nella precipua sostanza del suo modus vivendi, ne precedono l’accadimento, il succedersi dell’esistente, tutto appare revocabile come le foglie morte che si staccano dai rami, per poi rinascere in altri luoghi, in altre circostanze. Così l’uomo nel suo precipite assillo è inequivocabilmente votato alla fine di tutto. Le configurazioni di questo concetto forte sono vivissime nei versi e nella dialettica di Zavanone.

Il suo linguismo esprime il disagio dell’uomo che preavverte il pericolo e i rischi di un itinerario incerto, ma purtuttavia, audace e coraggioso, egli si scontra con la realtà quotidiana, attingendo certezze dalla sofferenza di un cuore umile, che sa la difficile e inamovibile verità del tragitto terreno. Poesia alta e forte, quella di Zavanone, che sperimenta tutta la potenza, la sapienza e lo sperdimento del destino umano, analizzando giorno per giorno, ora per ora, l’incombente afrore della corruzione. Intanto, dinanzi al succedersi estremamente grave della sua eclissi solare, quasi un minisole che si spegne d’improvviso, mostra l’impenetrabile didascalia della sua sorte.

 

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7 maggio 2014 3 07 /05 /maggio /2014 18:00

Ninnj Di Stefano Busà : “Soltanto una vita” (romanzo) Ed. Kairòs – 2014 – pagg. 230 - €  14,00 –

 

a cura di Antonio Spagnuolo

 

Il destino dell’intera cultura umanistica sembra inesorabilmente volgere verso il tramonto, vorticosamente abbindolata com’è dai vari festival, fumettoni, lievi volgarità, che i mass media, la televisione, e non ultima l’esplosione di internet (per il quale si trovano nella rete siti privi di ogni controllo scientifico) o alcune aggregazioni giovanili, riescono a diffondere nel pubblico disattento. Fortunatamente però c’è ancora qualche autore che riesce a realizzare testi di tutto rispetto, ricchi di ammalianti problematiche e sobriamente redatti, come è il caso del romanzo “Soltanto una vita”, che la poetessa Ninnj Di Stefano Busà ha dato alle stampe, quale importante contributo alla concretezza della scrittura. Una storia tutta tesa in una astrattezza quotidiana che aggancia la protagonista nelle sfumature particolari che impregnano con eleganza l’incontro con il personaggio chiave del suo racconto, Julie Lopez, ed il suo nuovo partner, George Martinez. I due hanno lasciato da poco tempo una realtà ostile, pesante,  annichilente, che manco a farlo a posta è simile per entrambi. Lei abbandona un marito preda continua di schizofrenia e psicosi , lui lascia una moglie gelosa, intransigente, fuori da ogni sincero sentimento e turbata psichicamente. I passaggi sono pennellati delicatamente mentre i giorni di queste vite “intrecciate indissolubilmente” sciorinano bagliori, che ondeggiano alle luci del mattino, o i torpori delle  illusioni inaspettate. Sentimenti, angosce, insicurezze, conquiste, speranze, presenti giorno dopo giorno, goccia a goccia come in un alambicco di cristallo purissimo, si alternano in una elegante stesura, agile, scorrevole, precisa. Con sicura maestrìa Ninnj Di Stefano Busà riesce a penetrare ed a riferire uno scavo psicologico singolare, padrona come è della “parola” e di una corretta realizzazione degli avvenimenti narrati. Con rinnovata saggezza e con appropriata condivisione ella riesce a scandagliare negli imprevisti segreti che la vita propone, concludendo un romanzo puntuale e soprattutto avvincente.

 

                                                                       ANTONIO SPAGNUOLO

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7 maggio 2014 3 07 /05 /maggio /2014 17:51

IL DECLINO DELL'INTELLIGENZA

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Vi è un atteggiamento d’intolleranza ai nostri giorni verso tutto ciò che può rappresentare lo status d’intelligence umana. Parecchi segnali stanno a dimostrare che vi è scarsa attitudine a stabilire contatti veritieri, sollecitazioni a raggiungere uno stato decente di considerazioni e di saggia consapevolezza verso quei valori inalienabili dello spirito e della coscienza atti a metterci sulla strada del bene, della speranza e della saggezza in un mondo tumultuoso e caotico fatto apposta ormai per smarrire la via del Bene e la filosofia del giusto, del vero, della bellezza.

La civiltà contemporanea è divenuta un crogiuolo di nefandezze, senza possibilità di condivisione, di stabilità, di coerenza: una sorta di giostra che vorticosamente ci porta su e poi giù, senza ideali, valori, significati che plachino il nostro bisogno di creature umane.

Qualunque stadio d’intelligenza ha bisogno per progredire nel bene e anche nella civiltà e nel progresso, di avere cardini robusti, ideali da realizzare.

Il filosofo francese Gabriel Marcel (1889-1973) distingueva due forme di autocoscienza: una alta, nobile, che assurge a saggezza intellettuale atta ad immaginare e carezzare una vita migliore, pronta ad accogliere l’intelligenza spirituale di una forma di esperienza matura e vigorosa, viva e autentica che ci prospetta una filosofia di vita più progredita e l’altra più popolare più svilita e aberrante che ci porta ad operare come esperienza involuta, tendenzialmente volta ad una coscienza ottenebrata che si fonda su valori assurdi, senza luce d’intelligenza e di rigore intellettuale, atta a far leva sulla massa dei comuni mortali portati alla spigliatezza/dissolutezza dei costumi, alla fuorviante arbitrarietà dell’anima e dell’umanità residuale.

La prima forma ormai è diventata incompatibile con la moderna società che si crogiola sull’utile, sull’incolpevolezza di ogni azione o reazione, sull’inadempienza dei valori, sul declino dei significati umani più alti e nobili.

Sembra che non vi sia più tempo per drizzare la prua, per correggere la rotta.

Ogni visuale viene offuscata da una sorta di nebbia che porta al tramonto di qualsiasi forma di saggezza, a negare qualsiasi tentativo di arginare fenomeni massificati di intolleranza alle regole fisse, ai paraocchi di una legittimazione inconsulta e forsennata del libero arbitrio, ormai divenuto  soppressione di qualsivoglia tentativo di difesa.

La teorizzazione dell’individualismo portato alle sue estreme conseguenze, incontra una forte opposizione a partire da Nietzsche, Sartre e diversi altri filosofi con un rifiuto della tradizione: l’uomo si sente libero di creare un suo modello individuale di perbenismo becero che non è libertà di pensiero, ma arbitrio dissennato che compromette ogni discernimento e nega qualsiasi legame col passato, come riferimento sia etico che sociale e civile di un’umanità disattenta, disorganizzata poco propensa a seguire regole di vita e di decenza negando ogni coinvolgimento a modelli preesistenti.

Non vige più buon senso e ordine in un frastornante rumore di civiltà meccanicistica che ottunde la luce dell’intelligenza e della saggezza, e l’inesorabile scorrere il tempo rende sempre più intollerante, reproba, svilita e insensibile a qualsiasi discernimento di carattere etico.

L’epoca dell’informatica e della conoscenza mediatica ha prodotto mostri, tutti protesi a proiettare nell’individuo una realtà fuori da se stesso, fuorviante e lontana dalla vita reale, la quale, quasi in un film di fantascienza, gli prospetta modelli arbitrari, istinti in libertà, scelte di vita dissoluta e corrotta, dove l’immaginario è d’obbligo, non il dovere o il valore in se stessi. La distonia tra il reale e l’immaginazione in una svalutazione di significati e progettualità del passato è senza precedenti, viene respinto categoricamente ogni tradizionalismo perché obsoleto e greve. Oggi il libertarismo ha preso il sopravvento, è a portata di mano di tutti un più generalizzato qualunquismo che disorienta. La società moderna si caratterizza proprio per la sfrenatezza con cui affronta i problemi della modernizzazione, equivocando sui valori, immaginando altra vita che potenzi ogni liberalizzazione dei principi individualistici, scardinando tutti i lacci e laccioli inerenti al passatismo e alle esperienze precedenti. 

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29 aprile 2014 2 29 /04 /aprile /2014 10:11

Assisterete a descrizioni da sogno;

entrerete in templi disabitati, dove la sola presenza è la vostra;

andrete a respirare panorami, luoghi, paradisi tropicali fulgidi e rasserenanti che non penserete esistano più...

alzerete vele ai sogni, scoprirete "eros dimenticati", dove la magìa è palpabile. 

 

VI ASPETTO il 16 maggio h.16,30 alla Sala Caminetto del Circolo della Stampa, Corso Venezia, 48 Milano

per festeggiare insieme a voi il mio primo romanzo...Non mancate, sarà una gioia stare insieme per qualche ora. INGRESSO LIBERO A TUTTI GLI AMICI

 

 

Tramonto

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4 aprile 2014 5 04 /04 /aprile /2014 10:54

RECIPROCAMENTE LA POESIA HA BISOGNO DELL'UOMO E L’UOMO DEL SUO SUPPORTO ESTETICO CHE LO QUALIFICHI

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

Ebbene, ammettiamolo, la poesia non è per tutti, ma solo per coloro che la amano, è un agglomerato di cellule mnemoniche, orchestrate come da struttura sinaptica, passa direttamente dal cervello alla pagina bianca, dopo aver congiunto e collegato le cellule deputate all’attività di coordinamento.

Si tratta di un’attività pseudocerebrale e linguistica che assolve questo compito, al quale si possono aggiungere la predisposizione, il sincretismo della parola, l’attenzione per l’arte del linguaggio, la fantasia, l’estro.

In poesia, <la parola> attende la nuova ipotesi disvelativa della sua elaborazione, che le deriva dall’essere trascritta e trasmessa: l’imput le giunge dal subconscio, l’appello alla chiamata, preposta a formularla, origina dall’intelligenza del cuore, che le permette di collocarsi in una sua particolarissima fisiognomica visione particolarmente gradita al poeta. L’inettitudine umana la colloca ai margini o la respinge, altre volte la rinnega, la contrasta, la svilisce, quanti atti d’ingratitudine si compiono a suo danno! Quanta intolleranza, quanto lesionismo e ignoranza è costretta a subire la poesia!

Mi fa rabbia vederla trattare con quel fare compassionevole e umiliante, che recita: a che serve?

Lo dichiarò Montale a chiare lettere, ma mi permetto di dissentire: la poesia è una delle innumerevoli doti umane che non dà fastidio, non scomoda nessuno, non s’impone a viva forza, non pretende nulla, non esige alcunché, si rifiuta di giungere a chi proprio la ignora, non la capisce, non la ama: se ne sta lì, quieta e silenziosa senza scomodare alcuno. Se c’è, si fa sentire, se è amata, riama con la stessa intensità, con grato e sincero altruismo.

Spesso ripaga proiettando il poeta in una territorio sconosciuto che è l’iperuranio della sua ricerca.

Ripaga l’uomo confortandolo delle tristi vicissitudini in cui tutti si è costretti a vivere, sa donare con gioia quella pagina di armonie o di equivalenze che originano direttamente dal cuore o dall’intelletto, per riequilibrare contrarietà, sofferenze, dolori, solitudini.

Se la chiami ti risponde, come una compagna fedele e devota, viceversa se ne sta latente, in un silenzio quasi assoluto.  

La poesia non ha accesso all’utile, non ha predisposizione al vantaggio materiale, non s’intromette nell’economia, né si propone alle moltiplicazioni avariate e contraddittorie di un mondo finanziario losco e invasivo, che guarda alla materialità con avida bramosia, con provocante desiderio.

La materia lirica non è viziata mai da diniego alla morale, neppure al più sottile e sofisticato meccanismo di risorse che concorrono alle vita greve dell’individuo.

È solo una forza legittima che vuole venir fuori a sedare gli animi, a placare il loro bisogno spirituale, intellettuale, un richiamo all’autenticità metafisica del singolo uomo, mira all’armonia, alla completezza, all’idealità del mondo, perché esso ha bisogno di capire, di sincronizzarsi col suo essere, con la sua entità interiore.

Ma proprio perché non ha nulla da spartire con l’interesse spicciolo, come si può facilmente supporre, (gli fa d’intralcio); è malvista in questo nostro momento storico così repellente, asfittico, sclerotico, fatto di un solo “imput” creativo: la necessità di accumulare ricchezza...niente di più naturale che la vanagloria in un mondo così  - (s)poetizzato – così avido, lontano dall’interesse creativo e lirico.

Ma se ci soffermiamo qualche minuto a riflettere, come si può ben vedere, la poesia non ha mai fatto del male a nessuno, siamo noi che l’abbiamo esauturata, esclusa, posta ai margini, perché priva di quella forza brutale, meschina, invasiva, deputata al benessere materiale: l’uomo di oggi propone se stesso, è ammalato di protagonismo che gli può dare solo la raggiunta ricchezza, il potere, la gloria. La poesia non dà nulla di tutto ciò. Nessuna delle tre ipotesi è raggiungibile con la poesia, perché essa è l’emanazione della nostra spiritualità, dell’ingegno; la particolarità unica ed esclusiva, generosa e mite della natura umana la richiede, per riformularsi a livello di superiorità e distinzione dal genere animale.

Nel coacevo esponenziale della menzogna, dell’ipocrisia, della contraddizione, essa assolve il compito di regolatrice ed esploratrice della psiche umana che ha necessità di formulare il suo bene, la sua condizione di ricognitrice, di viaggiatrice in un mondo disorientato e reso succube dal male, la poesia manifesta il suo vigore, rivela il pensiero di esistere al di là del mondo materico e viziato, estrinseca l’implicito significato del pensiero “pensante”, la passione, l’atto espressivo del sentimento, che eloquentemente vuole mostrarsi all’insignificante, lo richiede con impeto e, talvolta vi riesce, di saper dire l’inesprimile.   

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